AFANTASIA: quando IMMAGINARE… è IMPOSSIBILE

 

Ok, provate così: chiudete gli occhi per un istante e immaginate di trovarti in mezzo a una prateria sconfinata, con l’erba verde che si estende a perdita d’occhio e il vento che la piega.

Provate a sentire il vento che vi passa addosso, vi scompiglia i vestiti e vi colpisce la pelle. E poi alzate gli occhi verso l’alto e osservate il contrasto con il cielo azzurro senza l’ombra di una nuvola e il sole di mezzogiorno che lo illumina.

Bene, ora potete fermarvi. Una bella immagine rilassante, poetica potremmo dire, magari ha persino suscitato un accenno di emozione dentro di voi. Forse non avete nemmeno avuto bisogno di chiudere gli occhi, abituati come siete a fantasticare, immaginare visualizzare, sognare.

Eppure, c’è qualcuno, fra voi, una percentuale neanche così piccola a dirla tutta, che non ci è riuscito o riuscita, che non può in alcun modo sfruttare la sua mente per creare immagini o evocare a piacimento simulazioni dei propri sensi.

Sembra incredibile, tanto diamo per scontata questa abilità nel nostro andare quotidiano. Ma per quelle persone invece potrebbe sembrare incredibile il contrario, che tutti gli altri se ne vadano in giro con un cinema sempre acceso nella propria testa.

Questa condizione, l’impossibilità di creare volontariamente rappresentazioni mentali, si chiama afantasia… e oggi la scopriamo insieme!

 

 

 

LA STORIA DI BLAKE ROSS

Nell’aprile del 2016 lo scrittore, programmatore e imprenditore Blake Ross, dipendente di alto livello in Facebook prima, cofondatore di Firefox, il famoso web browser, poi, si imbatte in un articolo del New York Times che parla di una scoperta bizzarra: un uomo di 65 anni che dopo un incidente e un’operazione chirurgica al cervello ha perso la sua capacità di formare immagini mentali. Non ha più la sua immaginazione.

Blake è perplesso. Ma in che senso? Che razza di abilità era? Creare immagini con la mente? Non diciamo fesserie!

 

Blake non riesce a smettere di pensare a quell’articolo che gli ronza in mente e lo inquieta, e decide di scrivere a caso a tutti i suoi contatti Facebook che trova online, chiedendo loro di spiegargli che cosa accade nelle loro menti quando qualcuno fa loro immaginare qualcosa, come ad esempio una spiaggia.

Il risultato lo folgora. Le persone davvero sono in grado di visualizzare, di fare qualcosa che lui non soltanto non è in grado fare, ma a cui non aveva nemmeno mai pensato in tutta la sua vita. Gli pare improvvisamente di essere entrato in un film di fantascienza. Gli esseri intorno a lui sono dotati di poteri sconosciuti.

Continua a documentarsi, a scrivere ad amici, a leggere, a farsi raccontare cosa avviene nelle teste di tutti quelli che conosce e arriva poi a scrivere un bellissimo post/articolo, di cui vi lascio il link sotto, in cui racconta questo suo viaggio alla scoperta di un mondo che non conosceva.

Quello che è davvero incredibile e che lascia ogni volta quasi commossi leggendo di Blake è la sua incredulità, il suo stupore, la sua quasi incapacità di credere a quello che gli altri gli spiegano.

Blake ha una forma piuttosto estrema di afantasia e il suo cervello, quindi, non riesce a creare visualizzazioni a comando. E non è il solo. Lui stesso scova altre persone come lui tra i suoi conoscenti e parenti, ma l’afantasia è riportata anche tra altre persone famose e di successo: la figlia di Robin Williams, Zelda Williams, il cofondatore della Pixar, Ed Catmull (che, si direbbe, ha fantasia da vendere), e poi filosofi, ingegneri, comici, scrittori…

 

La storia di Blake non sembra essere unica, anzi: pare che quasi tutti gli afantasici si rendano conto di questa loro diversità, prima o poi, nello stesso modo: chi in adolescenza chi più avanti, facendo conversazione con altri o leggendo o in qualche modo rendendosi conto di questo “occhio della mente” che a loro manca.

Ma qui dobbiamo fermarci e fare un passo indietro, tornando a quello che la scienza ha da dire in merito.

 

 

 

COME FUNZIONA L’AFANTASIA

E anzi, a dirla tutta, la scienza in merito non è poi così chiara e gli studi sull’afantasia non sono così conclusivi. Ma questo non ci impedirà di analizzarli.

Sembra che la prima descrizione del fenomeno risalga alla fine del 1800 negli studi di Francis Galton, ma lo studioso che ha posto per prima una lente sull’afantasia e l’ha studiata davvero in modo sperimentale è stato Adam Zeman.

Zeman ha cominciato i suoi studi all’inizio degli anni 2000 e ha pubblicato il primo lavoro nel 2010, per poi continuare a raccogliere testimonianze e casi di altre persone nella stessa condizione. Nel 2015 ha pubblicato un nuovo studio che ha cominciato a prendere piede e a far discutere. Lo stesso che ha ispirato l’articolo letto da Blake Ross un anno più tardi.

Con Zeman, tra l’altro, ha collaborato parecchio Sergio Della Sala, neuroscienziato cognitivo, presidente del Cicap, professore dell’Università di Edimburgo, che ho avuto la fortuna incredibile di intervistare sul tema della memoria qualche tempo fa sul mio canale YouTube.

Della Sala ha firmato insieme a Zeman e altri alcuni degli studi più importanti in assoluto su questo tema. 

Ora, visto che esiste una possibilità non pari a zero che questo articolo gli finisca davanti, spero di non dire fesserie altrimenti rischio di essere bacchettato!

 

Che cosa sappiamo?

Come accennavo prima, in realtà a livello sperimentale non sappiamo tantissimo e personalmente è per questo che trovo questo tema così affascinante.

Prima di tutto sappiamo che la stessa capacità immaginativa tra chi non è afantasico è comunque soggetta a differenze individuali e ci sono diversi fattori che possono influenzare la capacità di immaginare di un individuo. C’è chi immagina meglio e chi immagina peggio, chi di più e chi di meno: si tratta di fatto di uno spettro continuo, non di una categoria netta, discreta.

Un estremo lo chiamiamo, appunto, afantasia, mentre all’estremo opposto… ci torniamo tra un momento.

In generale, gli afantasici mancano completamente della capacità di creare immagini mentali volontariamente. Sembra però che conservino la possibilità di farlo involontariamente, dunque che possano sognare o avere dei flash di visualizzazione in contesti particolari. Altri invece affermano di non sognare neppure, ma non è chiaro quanto siano attendibili queste testimonianze.

Sappiamo che gli afantasici non hanno un problema metacognitivo o di intelligenza, non sembra esserci alcun tipo di correlazione con questi aspetti, quanto piuttosto che sperimentino un’incapacità specifica legata solo all’immaginazione sensoriale.

Studi recenti hanno concluso che gli afantasici dispongano anche di una memoria autobiografica meno vivida e siano meno abili nel richiamare alla memoria gli eventi della loro vita e “riviverli”, ed è abbastanza logico che sia così, se ci pensate. Si tratta comunque di immagini mentali da ricreare.

Sappiamo che potrebbero contribuire a questo fenomeno anche fattori psicologici e c’è chi, come gli studiosi De Vito e Bartolomeo, suggerisce persino una “afantasia psicogenica”, cioè l’idea secondo la quale la capacità di immaginare a comando sia sopita o soppressa o atrofizzata più che assente, e che ci sia a qualche livello un elemento di scelta o di psicopatologia. Come se, inconsapevolmente, gli afantasici scegliessero di non immaginare o si convincessero di non saperlo fare.

Quanto influisca realmente tutto questo, però, non è chiaro, ed è strano constatare che la maggior parte degli afantasici descrivano la loro condizione come permanente e, soprattutto, presente sin da quando possono ricordare, fin da bambini. Qualcosa in questa ricostruzione scricchiola e la maggioranza degli scienziati sembra ritenere questa interpretazione improbabile, per quanto non si possano escludere influenze psicologiche di qualche tipo.

 

C’è chi propone anche una afantasia congenita, vale a dire ereditaria ed ereditabile, ma anche su questo non si è arrivati a un consenso assoluto.

Sappiamo che ci sono delle correlazioni fortissime con la prosopoagnosia, la condizione per la quale è difficile o impossibile distinguere e identificare i volti delle persone. Se vi interessa potrei scrivere un articolo anche su questo tema, che è interessantissimo. Fatemi sapere!

Fortunatamente, le persone che si auto-dichiarano afantasiche in media non riportano effetti particolarmente negativi sulla propria capacità di vivere una vita normale, di lavorare, di intrattenere rapporti e di avere successo.

Gli scienziati non sono giunti a una conclusione univoca sul che cosa la provochi. Come dicevamo, c’è chi pensa sia frutto di psicopatologie, chi pensa che sia ereditaria. La storia del paziente che ha dato origine allo studio di Zeman e di altri indicherebbe poi la possibilità di un’origine da incidenti o traumi cerebrali. O tutte queste ragioni insieme.

E… più o meno basta così. C’è ancora tantissimo da indagare, sperimentare, studiare.

 

Ma ci sono ancora parecchie cose da dire a livello di esperienza e di testimonianze, anche perché più ne parliamo e più gli scienziati indagano, e più sembra evidente che non sia poi così rara.

Alcuni studi suggeriscono una percentuale del 2% della popolazione che potrebbe sperimentarla in forme più o meno estreme. Forse di più, se allarghiamo la definizione e riprendiamo in mano il concetto che si tratta di uno spettro, un continuum e non una categoria netta.

Ma quindi, che conseguenze concrete ha l’afantasia negli individui? Cosa si prova? Vediamo un po’.

 

 

 

LE CONSEGUENZE

Intanto, e questa a mio avviso è la conseguenza più affascinante, sembra che il cervello compensi per questa incapacità di visualizzazione potenziando il ricorso a strategie logiche, matematiche e verbali. Blake Ross descrive i suoi processi mentali come un flusso continuo di parole e di concettualizzazione. Una narrazione costante portata avanti da una voce atona, la stessa che sentiamo dentro di noi quando leggiamo qualcosa distrattamente.

La maggiore difficoltà a richiamare elementi autobiografici del proprio passato viene mitigata dal ripasso, dall’abitudine e dall’utilizzo di frasi ricorrenti, un po’ come quando si studia a fondo per un esame e si ha la risposta pronta.

Disegnare a memoria è quasi impossibile… 

 questo è un disegno di Blake che prova a ricordare l’aspetto di un cane/gatto/animale generico o persona.

Ma copiare un altro disegno avendolo davanti non è un problema.

Non si riesce facilmente a richiamare alla mente l’aspetto o il viso di una persona, ma si può tranquillamente richiamare fatti e caratteristiche di quel volto o quella persona. Un afantasico non può vedere il marrone dei miei occhi nella sua mente, ma può ricordarsi benissimo che ho gli occhi marroni, come si ricorda un qualsiasi altro fatto su di me.

Un afantasico non è in grado di sentire e suonare dentro di sé l’aria sulla quarta corda ripensando a Super Quark, ma può riconoscerla al volo da un paio di note.

Un afantasico, purtroppo, non può nemmeno sfruttare le famose tecniche di memoria con facilità, non può creare dei loci, un palazzo della memoria o sfruttare il famoso link method di cui vi abbiamo parlato mille volte io, Vanni De Luca, Andrea Muzii. O se riesce a farlo in parte, fa moltissima più fatica

Ma può usare altre strategie mnemoniche come gli acrostici, gli acronimi o le filastrocche e può applicare tutte le metodologie di studio più efficaci come il testing, la lettura efficace e la rielaborazione.

Gli afantasici sperimentano molto molto meno, se non per niente, fenomeni come paura, ribrezzo, disgusto, eccitazione quando leggono qualcosa o qualcosa viene raccontato loro.  Sviluppano meno l’acquolina in bocca se pensano a un piatto di carbonara, ma hanno le stesse identiche reazioni di chiunque altro quando vedono qualcosa o assistono a qualcosa in prima persona.

L’afantasico non può immaginare con facilità il proprio comodino per cercare di ricordarsi se ci ha dimenticato sopra il cellulare, ma è capace di osservare una figura anche tridimensionale e ruotarla nella sua mente.

Sorprendentemente, infatti, l’afantasia sembra non peggiorare in alcun modo l’uso della visualizzazione spaziale e della memoria spaziale, e la capacità di ruotare oggetti mentalmente è intatta. Forse, però non è ancora chiaro, sebbene i risultati finali in task visuo-spaziali siano gli stessi, le strade che il cervello afantasico prende per arrivarci potrebbero essere diverse. Strategie differenti per arrivare allo stesso risultato.

Tutto questo è presente, in forme più o meno estreme, in ogni individuo afantasico.

 

 

 

L’ESTREMO OPPOSTO: IPERFANTASIA

Ma se abbiamo detto che si tratta di un continuum, che cosa c’è all’altra estremità? Beh, iperfantasia, la condizione esattamente opposta: la capacità di creare rappresentazioni mentali così vivide da essere quasi indistinguibili dalla realtà.

Dono o maledizione, gli individui iperfantasici sperimentano i “sogni ad occhi aperti” a un livello difficile da concepire per chiunque altro. Vivono davvero le immagini che creano.

Tra l’altro condizioni come lo stress post traumatico, l’utilizzo di sostanze allucinogene e altre possono contribuire ad acuire questa capacità.

Anche qui, la scienza ha appena cominciato a grattare la superficie di questi fenomeni!

 

 

La capacità di immaginare rimane uno dei superpoteri umani più incredibili, straordinari e misteriosi al tempo stesso, e forse capire qualcosa di più dell’afantasia, o almeno scoprirne l’esistenza, potrà ricordarci di non dare nulla per scontato, neanche quello che avviene dentro la testa.

Sono curioso di sapere che cosa ne pensate, quanti di vuoi si riconoscono nella condizione dell’afantasia!

Ah, e leggetevi le fonti che vi riporto qui sotto, che male non fa!


 

  

FONTI E APPROFONDIMENTI

 

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