FALSI RICORDI: quando la MEMORIA ci INGANNA

“Ma io me lo ricordo, l’ho visto con i miei occhi, l’ho provato sulla mia pelle”

Per come funziona la mente umana, non c’è nulla di più reale, nulla di più solido di un ricordo. La nostra fiducia nella memoria, in particolare per quanto riguarda gli eventi della nostra vita, è assolutamente incrollabile.

E come potrebbe essere altrimenti?

Pensa per un istante al momento in cui hai conosciuto il grande amore della tua vita, o all’istante in cui hai capito che il capo stava per licenziarti, o quando ti hanno nominato dottore consegnandoti la laurea o quando per il tuo compleanno la tua mamma e il tuo papà ti hanno regalato proprio quel giocattolo speciale che sognavi da mesi…

Tu te lo ricordi, lo hai vissuto, eri lì. Non esiste nulla di cui possiamo fidarci di più di quella sensazione. Quel ricordo è tuo e niente può scalfirlo.

Ed è per questo che, poi, proiettiamo lo stesso ragionamento sugli altri e le testimonianze dirette diventano la forma più alta e impattante di racconto: quando una persona che conosciamo e stimiamo, di cui ci fidiamo, ci racconta un’esperienza che ha vissuto in prima persona crediamo a quello che dice, è ovvio che sia così.

Escludendo la mala fede, non è possibile che un ricordo personale fallisca.

Giusto?

Perché, se non fosse così, forse vedremmo crollare una delle certezze più intime e care che abbiamo.

Ma i ricordi, purtroppo, non sono quello che crediamo, non sono davvero quel solido palazzo che crediamo di aver costruito nel tempo e di cui speriamo di possedere la planimetria.

I ricordi sono un collage di suggestioni in continuo mutamento e aggiornamento, influenzati dalla società, dalla psicologia, dalla biologia, da interferenze interne ed esterne a noi. Una rete bioelettrica di collegamenti che cambia e si ristruttura ogni secondo. E al cambiare di quella rete, cambiamo anche noi.

Quello che ci resta da fare è comprendere questo cambiamento, accettarlo, rivendicarlo persino e imparare a conviverci e a gestirlo. La consapevolezza è potere.

E allora in questo articolo ti racconto dei falsi ricordi, di quando la memoria ci inganna… e del perché lo fa.

 

Ho cominciato a interessarmi di memoria ormai parecchi anni fa, se segui il mio blog lo sai: il mio lavoro è insegnare metodo di studio e apprendimento efficace e la memoria, ovviamente, è elemento centrale del processo.

Ma la memoria che usiamo quando impariamo qualcosa di nuovo, quando entriamo in contatto con nuove informazioni da studiare o memorizzare, quando rievochiamo qualcosa che conosciamo, è in larga parte memoria semantica, cioè la memoria dei fatti, dei dati, dei concetti assimilati.

Quando parliamo invece di ricordi della nostra vita personale, bè, lì parliamo di memoria episodica, cioè della memoria per le esperienze che abbiamo vissuto.

Se ci pensi bene, anche a livello intuitivo la differenza è chiarissima. Tutti noi sappiamo che non dobbiamo fidarci troppo della memoria semantica, anche se magari non sappiamo che si chiama così, tutti noi accettiamo di sbagliarci nel dimenticare la data di un evento storico, il paradigma di un verbo greco studiato al liceo, una formula di matematica, il nome di una persona appena incontrata.

Ci scherziamo anche su, è qualcosa di banale, di quotidiano. Parliamo di vuoti di memoria e ci scusiamo per esserci scordati la data di compleanno del nostro amico. Sono cose che capitano, del resto.

Ma quando invece si tocca la memoria episodica bè, le cose cambiano immediatamente. Chi è che ammetterebbe di non ricordare bene il suo primo bacio o il giorno in cui ha perso un suo caro o qualunque altro momento importante della propria vita? Nessuno. Difendiamo a spada tratta i nostri ricordi personali, siamo pronti a litigare per essi.

Eppure, il cervello è sempre lo stesso, è sempre una macchina biologica imperfetta e fallace e, come tale, può sbagliarsi, sviluppare errori e bug e anche essere alterato dall’esterno.

 

COSA SI INTENDE PER FALSO RICORDO?

Ma allora che cos’è davvero un falso ricordo? In realtà è molto semplice: è un ricordo non autentico o impreciso, inesatto.

Può essere un ricordo del tutto inventato, inesistente, oppure una modifica e corruzione di un ricordo reale, mutato nel tempo o persino una combinazione di ricordi che si mescolano e fondono insieme. Le possibilità sono tantissime.

È affascinante perché il ricordo si forma o si trasforma e noi non siamo in grado di accorgercene, siamo in totale buona fede, tienilo a mente questo per quando parleremo, a fine articolo, di testimonianze. Semplicemente, quando richiamiamo il ricordo stesso, è diverso da prima.

 

COME SI FORMA UN FALSO RICORDO?

Ci sono vari motivi per i quali si può originare un falso ricordo, possiamo suddividere queste ragioni in tre macro-aree:

  • Cause organiche;
  • Cause psicologiche;
  • Cause sociologiche;

Le più semplici sono proprio le cause organiche, ovvero quelle riconducibili a eventi o condizioni che interessano il cervello stesso e vanno ad intaccarne il funzionamento. Traumi meccanici (botte in testa), malattie neurologiche, condizioni psichiatriche gravi, deprivazione del sonno, lesioni alle aree corticali, influsso di sostanze come droghe o alcool che portano a un malfunzionamento del meccanismo di deposito, consolidamento, mantenimento e recupero del ricordo.

 

Le cause prettamente psicologiche invece sono più affascinanti, riconducibili all’influenza e ai racconti di familiari, amici, persone che stimiamo, ma anche storie ripetute e risentite nel tempo.

Ricercando materiale per questo articolo mi sono imbattuto nella storia del famoso psicologo dell’infanzia Jean Piaget, che ha raccontato di quello che lui considerava essere il suo primo ricordo, risalente a quando aveva all’incirca due anni.

Piaget racconta di un evento traumatico che lo ha segnato per buona parte della sua vita: un tentato rapimento. Mentre era accudito della sua baby-sitter un uomo si era introdotto in casa sua, aveva lottato con la donna e lo aveva strappato dalla sua culla, per poi venire inseguito e catturato da un poliziotto.

La cosa sorprendente è la qualità e quantità di dettagli che Piaget racconta di aver ricordato: il bastone bianco impugnato dal poliziotto, la forma e il colore della carrozzina, i graffi sul viso della baby-sitter, la fuga concitata.

Una precisione che convincerebbe chiunque. Lui era lì, lo ha vissuto e l’evento traumatico, pur essendo Piaget un bambino piccolo, gli si è impresso nella memoria.

Il problema è che quell’evento non è mai avvenuto, la baby-sitter mentiva e dopo decadi di menzogne rivelò la verità: si era inventata tutto per mania di protagonismo.

Ma allora che cosa era successo? Il piccolo Jean aveva probabilmente sentito raccontare quella storia migliaia di volte, durante tutta la sua infanzia e pian piano quella suggestione è scesa in profondità nella sua mente fino a diventare indistinguibile da un ricordo reale.

Questo ci accade continuamente, specialmente con le storie su quando eravamo piccoli o piccolissimi. Avrai sentito sicuramente persone raccontare di ricordi di quando avevano un anno o addirittura, della nascita. Eppure, prima dei tre anni di età, il cervello di un bambino non è fisicamente in grado di trattenere ricordi strutturati.

E sicuramente qualcuno mi scriverà “ma non è vero io mi ricordo che…” spiacente, non si scappa dalla biologia, sono falsi ricordi, un mix di racconti dei genitori, fotografie viste e immaginazione che si mescola a elementi presenti nella nostra rete mentale.

So che è difficile da accettare, eppure è vero. E non è neanche la parte peggiore, perché i falsi ricordi si sviluppano anche in età adulta. Oh, sì.

 

Infine, ci sono le cause sociali, per così dire, che in realtà sono di fatto una sottocategoria di quelle psicologiche. La differenza è che l’influenza che interferisce con i nostri ricordi, li modifica o li crea da zero non viene necessariamente da persone a noi vicine o care o dagli eventi che viviamo in prima persona, ma dalla società nel suo complesso, da macro-eventi politici, economici o culturali.

Emblematico di questo il cosiddetto “Effetto Mandela”, il nome che si dà a un falso ricordo diffuso nella popolazione, di massa, relativo a un elemento culturale o sociale. Prende il nome dal caso di Nelson Mandela stesso. Una incredibile quantità di persone ricorda la sua morte in prigione in Sudafrica negli anni ’80, mentre, in realtà, è morto 7 anni fa, nel 2013, dopo aver guidato a lungo il suo paese e aver vinto la battaglia contro l’Apartheid.

Ma ci sono casi più simpatici nel mondo del cinema ad esempio, come la gamba destra di C3PO, il droide allampanato di Guerre Stellari, che in realtà è argentata e non dorata come tutti ricordano.

Sempre nel mondo di Star Wars, Darth Vader non dice mai “Luke io sono tuo padre” bensì “No, io sono tuo padre”

E poi la famosa frase, sempre citata male di Toy Betty alla fine di Blade Runner “Ho visto cose che voi umani…” E invece la citazione corretta è “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi”.

Non mi sbagliate la citazione di Blade Runner mannaggia a voi che è il mio film preferito e vi vengo a prendere a casa.

 

Ci fa sorridere quando si parla di film, ma pensa a quali effetti devastanti può avere l’effetto Mandela o, in generale, la proliferazione dei falsi ricordi, in un mondo invaso da fake news e disinformazione. 

E, a proposito di disinformazione, se è vero che i falsi ricordi si creano da soli, continuamente, nelle nostre menti, c’è un’altra verità ben più sinistra: i falsi ricordi possono essere creati e impiantati nella memoria altrui in modo freddo e calcolato

 

E qui sono tre i nomi di esperti di settore che devo farti, quello di Elizabeth Lotus, professoressa americana esperta di memoria e proprio di falsi ricordi, Frederic Charles Bartlett, psicologo britannico e precursore della psicologia cognitiva e infine Julia Shaw, criminologa, che ha studiato proprio il processo di formazione e manipolazione dei ricordi e ci ha scritto anche un bel libro sopra “The memory illusion”, ve lo consiglio.

 

Con la giusta tecnica, il giusto tempismo e la giusta pazienza si possono letteralmente fabbricare ricordi nella mente altrui. Lo si può fare in modo accidentale o malevolo e intenzionale, cercando di confondere l’immaginazione del soggetto con la sua memoria, magari insinuando qualcosa sul suo passato, suggerendo interpretazioni e lavorando sul lungo periodo.

Il processo di raccolta delle testimonianze e delle deposizioni da parte della polizia è critico in questo senso (vedi, ti avevo detto che ci saremmo tornati sulle testimonianze), c’è tutta una scienza su come vanno formulate le domande ai testimoni per evitare di influenzarli e di creare falsi ricordi che portino a ricostruzioni inesatte o tendenziose.

Due principi molto importanti in questo senso sono la segmentazione delle domande e la loro presentazione in forma neutra.

Ad esempio, se io ti domando “dove ti trovavi quando hai visto la macchina blu investire il signor Rossi sulle strisce?” sto commettendo 2 errori gravissimi: sto facendo in realtà più domande insieme confuse e sto dando per scontato sia che la macchina abbia effettivamente investito il passante, sia che il passante fosse sulle strisce.

Nella mente del testimone si sta già formando un’immagine chiara dell’evento, il povero signor Rossi attraversava sulle strisce e la macchina blu lo ha travolto.

Ma se il mio scopo fosse stato quello di non creare falsi ricordi e raccogliere una testimonianza attendibile avrei dovuto chiedere:

  • Dove si trovava quando ha assistito all’evento?
  • Che cosa ha potuto vedere esattamente?
  • Ricorda la posizione del signor Rossi?
  • Descriva l’aspetto e la posizione della macchina
  • A che andatura procedeva il veicolo?

Domande brevi, secche, precise, neutre, che non danno nulla per scontato e nulla per presupposto e lasciano al testimone il compito di descrivere esattamente che cosa abbia visto, recuperando il vero ricordo depositato nella sua memoria.

Tutto questo viene prontamente ignorato per esempio da chi fa ricerche sugli UFO, che esordisce con domande del tipo “allora John (chissà perché me li immagino sempre americani), che aspetto aveva l’UFO? Si muoveva rapidamente? Era colorato?”

Succede anche nel caso di certe terapie ipnotiche regressive, proprio Elizabeth Lotus descriveva il caso di un’infermiera che, per colpa di uno psichiatra scellerato, finì per convincersi di aver preso parte a una setta satanica e di essere stata abusata da bambina. Lotus suggerisce proprio di riconoscere la “Sindrome della falsa memoria” con un vero e proprio disturbo psichiatrico, come raccontato in questo articolo del Cicap che ti lascio qui.

 

Insomma, la memoria, i ricordi che tanto amiamo e che hanno così tanta influenza sulla nostra vita e sulla nostra personalità, non sono poi così solidi e attendibili, anzi, possiamo dire, romanticamente, che cambiano e crescono insieme a noi.

E più un evento è estremo e al centro di attenzioni, interpretazioni, commenti, racconti e più si corrompe e si trasforma in qualcosa che non è mai stato.

 

Ed è poi per questo che in ogni processo scientifico rispettabile la testimonianza diretta è considerata la più bassa forma di prova, proprio la meno attendibile, anche volendo credere alla buona fede di tutte le persone coinvolte.

Le storie, anche quelle che teniamo dentro di noi, come in un infinito telefono senza fili, non sono mai uguali a se stesse.

Ricordatelo, la prossima volta che senti qualcuno che ti racconta della sua visione mistica, di come è guarito grazie a un metodo miracoloso che i medici ci nascondono, dei suoi ricordi del parto o del suo rapimento alieno.

 

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