L'uomo degli INGRANAGGI - Abraham Louis Breguet

La nostra vita, il nostro mondo, sono un’orchestra infinita di ingranaggi.

Persone, oggetti, sentimenti, ambizioni, emozioni, eventi naturali: pezzi in movimento, incastrati tra loro che, insieme, costruiscono una storia, un percorso, una macchina perfetta che non si ferma mai.

Siamo parte di questo gigantesco sistema, contribuiamo a crearlo, cambiarlo e mantenerlo nel tempo, giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto, secondo dopo secondo.

Per imbrigliare questo processo, dominarlo, misurarlo, rappresentarlo, l’essere umano ha creato l’orologio, simulacro tecnologico e funzionale del progresso.

Mi piace pensare che sia anche per questo che alcune persone, me compreso, sembrano essere eternamente affascinate dagli orologi, dai loro ingranaggi, dalle ruote dentate, dalla loro storia, dall’eleganza del balletto meccanico che li anima.

Quella che voglio raccontarvi oggi non è la vita di un appassionato di orologi, né di un collezionista, ma di qualcuno la cui stessa mente sembrava ragionare in termini di leve, ruote, molle.

Qualcuno che ha fatto della meccanica più di una tecnica, più anche di un’arte. Ne ha fatto un’idea.

Abraham-Louis Breguet, l’inventore, il Leonardo da Vinci dei meccanismi, il padre dell’orologeria moderna… l’uomo degli ingranaggi. Questa è la sua storia.

 

LE PRIME ORE

Abraham-Louis Breguet nasce il 10 gennaio del 1747 a Neuchatel, all’epoca sotto il dominio Prussiano, figlio Di Jonas-Louis e Suzanne Marguerite.

Jonas-Louis, suo padre, muore quando lui ha solo dieci anni e Abraham smette di andare a scuola quando ne ha 12.

Sua madre si risposa presto con un uomo, Joseph Tattet, esponente di una famiglia di orologiai da generazioni, che gestisce un negozio a Parigi, e così il giovanissimo Breguet viene messo a lavorare, ma a dire il vero non sembra affatto interessato, forse è ancora troppo giovane, non sappiamo molto di quegli anni, di come fosse da ragazzino.

Quello che sappiamo è che quando Abraham-Louis compie 15 anni qualcosa cambia, perché il giovane comincia a interessarsi della costruzione di quegli straordinari manufatti meccanici, questa volta davvero, non più obbligato ma guidato da una passione esplosa dentro di lui, tanto che la famiglia decide di mandarlo a studiare da un mastro orologiaio parigino, di cui non conosciamo il nome.

Il talento di Breguet è tale da far quasi paura al suo maestro, si dice che abbia imparato le tecniche base di orologeria con una rapidità e una sicurezza mai viste prima. Smonta, rimonta, assembla, ripara e progetta orologi come se non avesse mai fatto altro nella vita. La sua intelligenza e curiosità sono incontenibili e di sera, dopo il lavoro, studia matematica al collegio Mazarin sotto l’abate Joseph-Francois Marie.

La carriera di Abraham sembra ormai scritta, la sua padronanza meccanica attira l’attenzione di tutti gli esperti e in quegli anni Parigi, e ancora di più la corte di Versailles, sono il centro del mondo: il luogo perfetto per presentare e vendere innovazioni tecnologiche e artistiche insieme. Avrebbe ereditato il negozio dei Tattet e portato l’azienda a nuove vette di eccellenza.

Ma l’ora di Breguet non è ancora scoccata, il meccanismo si inceppa. Il suo patrigno e sua madre muoiono a distanza di pochi mesi l’una dall’altro, il negozio dei Tattet viene chiuso e Abraham-Louis si ritrova solo, con la sorellina a carico, senza un lavoro, senza una casa, senza una famiglia.

Quegli anni rimangono ancora oggi un mistero, nessuno sa come il giovane Breguet, non ancora ventenne, sia riuscito a sopravvivere.

 

L’ORA DI BREGUET

Ritroviamo Abraham ormai quasi trentenne, nel 1775, in procinto di sposarsi. Pronto ad aprire la sede della neonata orologeria Breguet, la sua azienda, il suo negozio, nel cuore della città delle luci.

Le creazioni del giovane genio stupiscono ed emozionano nobili e ricchi parigini ma è nel 1780 che Breguet cambia per la prima volta il mondo dell’orologeria.

Di fronte al Duca d’Orleans, Abraham Louis presenta qualcosa che nessuno aveva mai nemmeno potuto sognare di realizzare: un orologio in grado di ricaricarsi da solo. Il primo orologio automatico perpetuo, capace di continuare a segnare il tempo per sempre.

L’idea sembra provenire dal futuro: un peso oscillante di platino che, spinto dal movimento del corpo del possessore dell’orologio mentre cammina, ricarica e alimenta l’intero meccanismo.

L’invenzione è talmente dirompente che il Re di Francia, Luigi XVI e sua moglie, Maria Antonietta, esigono di averne uno per loro.

L’orologio perpetuo diventa il simbolo stesso della regalità, del potere, della ricchezza.

In un istante Abraham Louis è l’orologiaio più richiesto e in vista dell’intera Francia, ma non basta, la sua fama attraversa il mare.

Il Duca D’Orleans, in visita in Inghilterra a John Arnold, considerato il più grande orologiaio del suo tempo, fa analizzare al Mastro costruttore un orologio perpetuo di Breguet.

John Arnold, nemmeno un’ora più tardi decide di partire per la Francia per implorare Breguet di prendere suo figlio come apprendista.

L’aristocrazia europea tutta si innamora di questo giovane prodigio, arrivano commissioni e lavori a un ritmo superiore alle capacità produttive e il denaro e la fama, improvvisamente, non sono più un sogno da raggiungere. Breguet ce l’ha fatta.

 

UN MINUTO A MEZZANOTTE

Tra le tante figure in vista a Parigi in quegli anni, Abraham Louis diventa amico fraterno di Jean-Paul Marat, uno dei leader rivoluzionari, uno scienziato, un politico, un agitatore di folle, anche lui originario di Neuchatel. 

Sì, perché è bene non dimenticarselo: quelli sono gli anni della presa della Bastiglia, della rivoluzione, dei sanculotti, delle teste che rotolano nelle strade della ville lumière.

Una volta Marat e Breguet si trovano a casa di un amico comune quando una folla di persone risentite contro il rivoluzionario si raduna intorno all’abitazione urlando a gran voce “abbatti Marat!”.

Vogliono linciarlo, ma Breguet ha un’idea ed escogita una strategia, un meccanismo per scappare: traveste l’amico da vecchia signora, gli mette una gonna, delle calze, un fazzoletto in testa, del trucco. Simula un’andatura incerta, forse un po’ di gobba. Prende Marat sotto braccio ed esce.

Nessuno si accorge dell’inganno e i due attraversano la folla indenni.

Ma il vero pericolo è un altro. Nel 1793 proprio Jean-Paul Marat scopre che Breguet è stato marchiato per la ghigliottina, la sua amicizia con aristocratici e potenti della corte di Versailles, il suo essere stato allievo dell’abate Marie, la sua conoscenza diretta dell’ormai ex Re e regina di Francia ne fanno, per i rivoluzionari parigini, un chiaro amico del vecchio regime. Va ucciso.

Marat non dimentica ciò che l’amico ha fatto per lui quella volta, quando mettendo il suo ingegno al servizio della sua vita lo aveva salvato da una folla inferocita. È il momento di ricambiare il favore.

Marat avverte Breguet e organizza all’ultimo momento una fuga da Parigi, gli prepara un salvacondotto che permette all’orologiaio e alla sua famiglia di attraversare il confine e arrivare in Svizzera, da dove può viaggiare in sicurezza verso l’Inghilterra.

Abraham Louis rimane in Inghilterra 2 anni a lavorare per il re Giorgio terzo.

 

IL SECONDO MOVIMENTO

Nel 1795 a Parigi il clima politico sembra essersi calmato, le teste non rotolano più così di frequente e Breguet è relativamente tranquillo, ormai fuori dal radar dei ghigliottinatori.

Decide così di terminare l’esilio e ritornare nella sua città, riprendere da dove ha lasciato, riaprire la sua azienda.

Nel frattempo ha elaborato innovazioni strepitose che continuano a rendere i suoi lavori impareggiabili dal punto di vista meccanico come il gong a molla, la spirale breguet, e il sistema di protezione del meccanismo chiamato “para-chute”.

E proprio su questo ultimo dispositivo, che rendeva gli orologi di Breguet infinitamente più resistenti agli urti di quelli della sua concorrenza, c’è un’altra storia che vale la pena di raccontare: per presentare al pubblico questa sua nuova invenzione, Breguet organizza una dimostrazione a casa di un certo Monsieur de Talleyrand.

Ma, dopo il suo discorso, il padrone di casa sfida l’orologiaio a dimostrare con i fatti e non solo con le parole l’efficacia del suo sistema anti-shock.

Un cerchio di persone si forma intorno a Breguet e Talleyrand, Abraham Louis è messo all’angolo.

Prende in mano il suo orologio, dovete immaginare che costruirne uno era una questione di mesi e mesi di lavoro di precisione a mano, non esistevano fabbriche, erano strumenti pesanti, costosissimi.

Fissa negli occhi Tayllerand e scaglia per terra l’orologio, che si schianta sul pavimento con un tonfo metallico. Non parla più nessuno nella stanza. A quel punto si rivolge a qualcuno nel cerchio di persone intorno a loro e gli chiede di raccoglierlo e controllare che funzioni ancora in modo impeccabile. L’orologio è intatto e le persone cominciano a passarselo di mano in mano, incredule.

Monsieur de Tayllerand sorride e dice “questo diavolo di Breguet non è mai soddisfatto, deve sempre superarsi?”

Sì, Breguet non è mai soddisfatto, da genio meccanico diventa anche designer, comincia ad occuparsi sempre di più dell’estetica dei suoi pezzi, che vede come l’incarnazione di un nuovo modo di fare arte. Arte con un’anima meccanica.

Crea le famose lancette Breguet, note nel mondo dell’orologeria come “Breguet hands”, spazzando via le lancette dell’epoca: tozze, rozze e funzionali e sostituendole con un design semplice, snello e raffinato. Le tinge di blu e dà loro la forma di una mezzaluna crescente. E con una semplice forma e un semplice colore la mente di Breguet si impone anche sulla moda.

Gli altri orologiai d’Europa hanno solo due scelte: adeguarsi o chiudere. Breguet viene copiato, plagiato, le sue innovazioni cominciano a comparire in tutti gli orologi di alto livello.

Ma forse l’invenzione che più di ogni altra rappresenta l’apice del genio dirompente del Da Vinci dell’orologeria, come comincia ad essere chiamato, arriva nel 1801.

È il tourbillon.

                               

Una prodezza tecnologica fuori dal tempo, inverosimile, che raggiunge la perfetta fusione tra l’utilità meccanica e la ricerca estetica. Il tourbillon è un meccanismo che sfida la gravità, letteralmente. Breguet si rende conto che proprio la forza che tiene le persone ancorate alla terra è la più grande nemica della precisione orologica.

La gravità altera il funzionamento dei movimenti meccanici e i cambiamenti di altitudine e di posizione dell’utilizzatore corrispondono a cambiamenti nel tempo segnato dell’orologio. Nella sua costante ossessione per la precisione, Breguet è pronto ad andare contro le forze stesse della natura.

Innesta le parti più sensibili alla gravità dei suoi meccanismi in una gabbia rotante che compie un’intera rivoluzione su sé stessa ogni 60 secondi. Questo contrasta l’effetto della gravità, lo annulla, corregge gli errori.

L’idea, l’esecuzione, la precisione millimetrica necessaria per assemblare un Tourbillon è qualcosa di senza precedenti. Ma non è per questo che questo meccanismo diventa il simbolo stesso della superiorità di Breguet.

Il punto è che nessuno riesce a togliere gli occhi di dosso a un tourbillon in movimento, quel cuore pulsante sembra poter donare vita a un’oggetto inanimato. Il tourbillon, nato per rendere gli orologi più precisi nel segnare il tempo, finisce per risucchiare il tempo di chi lo osserva, fermandolo.

A due secoli di distanza il Tourbillon rimane la prodezza meccanica più elevata della storia dell’orologeria, vederne uno dal vivo è un evento raro, quasi impossibile, toglie il fiato. Orologi dotati di tourbillon possono costare decine, centinaia di migliaia di euro, milioni, ma chiunque abbia la fortuna di osservarne uno dal vivo farà fatica a dimenticarlo. 

 

L’ULTIMA LANCETTA

Breguet viene descritto come un uomo affabile, sempre di buon umore, amato dai suoi collaboratori perché sempre pronto ad alzare loro la paga.

Si racconta che ogni volta che Breguet commissionava un lavoro e finiva per esserne soddisfatto, era solito prendere la ricevuta e aggiungere una stanghetta allo zero finale, trasformando lo zero in un nove, aggiungendo nove franchi per il lavoratore.

E poi motivava i suoi dipendenti, una delle frasi che ripete più spesso è “non scoraggiarti, non permettere al fallimento di buttarti giù”.

Nel 1807 Breguet entra in società con suo figlio, Antoine-Lous, che ha fatto studiare con il suo vecchio amico, John Arnold, a Londra.

Nel 1810 compie la sua ultima rivoluzione e regala al mondo il concetto moderno di orologio. Sì, perché Abraham Louis Breguet è semplicemente il primo a pensare di mettere un orologio al polso di qualcuno. Quello di Carolina Bonaparte, la regina di Napoli per l’esattezza, pronta a pagare 5000 franchi per questa meraviglia, per essere la prima nella storia a indossare davvero un orologio. Una cifra folle.

Da quel momento, l’orologio da polso diventa il nuovo status symbol di ricchi e potenti del mondo.

Nel 1814 Abraham Louis viene nominato costruttore ufficiale di cronometri per la marina francese, entra nell’accademia francese delle scienze e viene fatto cavaliere della legione d’onore.

Il 17 settembre del 1823, all’età di 76 anni, l’orologio della vita di Breguet si ferma. Il suo nome verrà iscritto alla base della Tour Eiffell, insieme ad altri 71 scienziati e innovatori che hanno reso grande la Francia.

Nell’arco della sua vita Breguet ha prodotto 17.000 orologi. Nessuno di questi identico ad un altro, tutti pezzi unici.

Li tennero fra le mani, fra gli altri Luigi XVI, Maria Antonietta, Napoleone Bonaparte, Luigi XVIII, Alessando I di Tussia, Georgio IV di inghilterra, Il Duca di Wellington e la lista continua…

Quest’uomo venuto dal niente, dotato solo delle sue mani, dei suoi occhi e di una mente dalla precisione meccanica, ha segnato col suo lavoro un’epoca intera. Ne ha progettato, sul suo tavolo, l’ingranaggio.

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