La SCIENZA può decidere cosa è GIUSTO E COSA È SBAGLIATO?

Giusto e sbagliato, morale e immorale, buono e cattivo… l’etica umana e lo sforzo di definirla, descriverla, confrontarla nelle sue diverse accezioni culturali e temporali, sta al centro del dibattito filosofico, sociale, giuridico e politico da sempre.

Gli esseri umani dibattono su ciò che è giusto e su ciò che è invece sbagliato, malvagio, negativo, litigano su questo, si fanno guerra per questo.

Culture, religioni e tradizioni diverse hanno dato nei millenni interpretazioni diversissime, contrastanti, a volte inconciliabili.

C’è chi propone costanti morali universali, che dovrebbero valere per tutti, sempre e comunque, i diritti umani per esempio, chi invece si appella al relativismo e alla necessità di contestualizzare e tollerare differenze anche estreme.

Ma c’è una cosa che sembra mettere d’accordo tutti: la scienza, l’empirismo, gli esperimenti, l’indagine sulla natura non possono partecipare a questo dibattito etico e morale.

Non ne sono in grado, a sentire alcuni fra i più grandi pensatori della storia.

La scienza può dirci com’è il mondo, come funziona, non come dovrebbe essere. Può dirci come siamo fatti, non come dovremmo comportarci né, tantomeno, cosa sia giusto o sbagliato.

È un assunto quasi scontato, basilare. Sei d’accordo?

E se, invece, non fosse affatto così? Se la scienza potesse e dovesse, anzi, darci un’indicazione morale, se gli strumenti dell’indagine empirica potessero essere applicati alle nostre vite, alla misura del benessere, per trarne delle direttive etiche oggettive e indiscutibili?

Questo è ciò che Sam Harris è pronto a dire, ad argomentare e a difendere nel libro “The moral landscape”, il paesaggio morale, il mio libroconsiglio di cui vi parlo oggi.

 

CHI È SAM HARRIS

Partiamo dal principio: chi è Sam Harris. Se mi seguite lo avrete già sentito nominare perché è senza ombra di dubbio uno degli intellettuali che più di tutti ha influenzato me, le mie opinioni e il mio modo di pensare.

                                            

È una figura pubblica da decenni al centro dei più incendiari dibattiti sulla scena internazionale, se dovessi definirlo in sole 3 parole direi: neuroscienziato, filosofo, scrittore.

Ma non basterebbe, perché è anche un imprenditore, un prominente scettico e ateo militante, un divulgatore, uno dei podcaster più famosi al mondo e… insomma, fa un sacco di cose e io lo adoro, mettiamola così.

Non sempre sono d’accordo con quello che dice o con le sue opinioni ma sempre, invariabilmente, inevitabilmente, le trovo interessanti, stimolanti e ben argomentate. Sempre.

Bene, nel 2010 se ne esce con questo libro che non è spesso citato fra i suoi lavori più importanti e che invece io ritengo essere il suo contributo ad oggi più rilevante in assoluto.

 

LE PREMESSE DEL LIBRO

The moral landscape ha un solo obiettivo, chiarissimo, dichiarato nella prima pagina, come una sfida a viso aperto: convincere il lettore che la scienza non soltanto può e deve contribuire al dibattito morale, ma che anzi solo gli strumenti empirici possono fornire basi comuni, solide, oggettive, immutabili per costruire un’architettura etica davvero universale.

Proverò in poche righe a farvi un riassunto iper-stringato della sua posizione, ma non aspettatevi che sia esaustiva, banalizzerò per forza di cose, dovreste proprio leggere il lavoro completo.

Sam Harris argomenta che le moderne scienze cognitive, psicologiche e fisiologiche hanno la concreta possibilità di indicare cosa sia buono e cosa non lo sia per l’essere umano, che cosa sia, in definitiva, il benessere.

E se puoi individuare con oggettività che cosa sia il benessere, e cioè uno stato fisico e psicologico ottimale per l’essere umano (e gli altri esseri viventi), allora puoi anche indagarne le cause e dedurre che cosa possa massimizzare questo benessere, aumentarlo, diffonderlo.

Ecco: tutto quello che massimizza il benessere del maggior numero di individui, che fa stare bene più possibile più persone possibile in più accezioni possibile sarà giusto, etico, morale.

Tutto ciò che, al contrario, aumenta il malessere e la sofferenza globali sarà oggettivamente sbagliato, ingiusto, immorale.

Possiamo misurare il dolore fisico, così come possiamo misurare e descrivere la sofferenza psicologica e in tutto questo la cultura, la tradizione, la religione, non c’entrano proprio nulla. Non sono opinioni, è scienza.

Un pugno in faccia, dice Harris, fa male sempre. Fa male al cristiano e fa male al musulmano, fa male al cinese, al coreano, all’americano e all’italiano, fa male al bambino e fa male all’adulto, all’uomo e alla donna, persino a un animale.

Un pugno è un pugno e provoca dolore misurabile.

Così come un abuso psicologico provoca dolore psicologico a chiunque, un’umiliazione fa stare male chiunque, la violazione di un diritto fondamentale peggiora l’esistenza a chiunque.

Questi sono, ovviamente, casi semplici, sotto gli occhi di tutti, esistono casi più complessi e al limite, ma il concetto che Harris esprime è che, anche quando non riusciamo a farlo, anche quando è difficile, esiste sempre, in teoria, la possibilità di indagare queste questioni criticamente, empiricamente, coi fatti, non le opinioni, e di arrivare a una risposta finale.

E questo fa tutta la differenza del mondo.

Questo libro è un solenne “NO” al relativismo etico, all’idea che ciò che riteniamo sbagliato possa essere invece giusto in altri contesti e altre culture. È un NO al “la lapidazione va inserita nel contesto religioso di quel paese”, è un NO al “è vero, quella cultura è maschilista, ma è così da millenni, va rispettata”, è un NO al “devi capire che la punizione corporale sui bambini fa parte della tradizione educativa da millenni”.

 

COME È STRUTTURATO

Il libro è diviso in 6 parti. La prima, l’introduzione, è quella che contiene la versione molto più raffinata, sfaccettata e ben descritta dell’argomentazione che vi ho appena esposto, poi c’è un capitolo sul concetto della Verità (quella con la V maiuscola) morale, uno sul concetto di giusto e sbagliato, uno sulle credenze e sulle opinioni, uno sulla religione e quello finale sul futuro del concetto di felicità e ciò che Harris si augura per il mondo.

 

COME È SCRITTO

Sam Harris possiede la rarissima capacità di spiegare in modo semplice qualcosa di estremamente intricato, e di costruire un’architettura retorica e argomentativa dalla solidità granitica.

Il libro è un susseguirsi di argomentazioni semplici ma puntuali, precise, così strettamente interconnesse e logicamente consistenti che trovare un gap, una fessura per la critica o il dissenso è estremamente difficile. Anticipa ogni obiezione, come un pugile dalla difesa impenetrabile. È dannatamente difficile non essere d’accordo con Harris leggendo questo libro, ci si può sforzare ma la sua logica ferrea è senza pietà.

Io alla fine ho ceduto e ho dovuto arrendermi al fatto che, ancora una volta, per me, Harris ha ragione e basta.

Le pagine scorrono rapide, la scrittura non è mai pesante, mai difficile, mai volutamente convoluta come spesso sono i testi filosofici. Da nessuna parte si percepisce ego, voglia di dimostrare da parte dell’autore quanto sia bravo a scrivere.

Lo scopo qui è persuasivo e descrittivo. Harris è davvero convinto di quello che dice e l’unica cosa che gli interessa è di spiegarlo alla perfezione per convincere anche te, che leggerai le sue parole.

Che altro dire, questo è il punto di partenza perfetto per chiunque voglia conoscere il pensiero di uno degli intellettuali più influenti di questa generazione, che vi piaccia oppure no.

Se vi siete mai chiesti cosa sia davvero giusto e cosa davvero sbagliato, se esista una “morale universale” e su cosa potrebbe basarsi beh, “The moral landscape”, il paesaggio morale, è un libro che non potete perdervi assolutamente.

 

Chiudo con la recensione in due righe che ne ha dato Richard Dawkins, un altro gigante del razionalismo, recuperate il mio libroconsiglio sul gene egoista visto che ci siete

“Ero uno di quelli che, senza pensare, si era bevuto il mito che la scienza non avesse nulla da dire sulla morale. Con mia sorpresa, il paesaggio morale ha cambiato il mio pensiero”.

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