Le PAROLE che usi INFLUENZANO la REALTÀ? (L’ipotesi Sapir Whorf)

 

“I limiti del mio linguaggio indicano i limiti del mio mondo”.

A scrivere queste parole è stato Ludwig Wittgenstein, uno dei filosofi più influenti del secolo scorso, ma l’idea che il modo in cui parliamo, le parole che usiamo e le strutture linguistiche che abbiamo a disposizione influenzino il nostro pensiero e il modo stesso in cui concepiamo la realtà ha radici antiche ed è, ancora oggi, profondamente affascinante.

Del resto, tutto ciò che pensiamo, tutto ciò che esprimiamo, tutto ciò che siamo se ci pensi, passa attraverso la funzione umana del linguaggio e la sua concretizzazione specifica in un luogo e in un tempo: la lingua.

Sono il linguaggio e la lingua a permetterti di dire NO! di fronte a un sopruso, di pronunciare “ti amo” di fronte alla persona più speciale della tua vita, a regalarti gli strumenti per dire “grazie”, “a presto”, “mai più”, “amico”, “gatto”, “nuvola”, “libro”.

Il linguaggio e la lingua mutano nel tempo, si evolvono, si contaminano: possono viaggiare attraverso i suoni, i gesti, l’inchiostro o uno schermo luminoso come quello che stai guardando in questo momento.

Ma se è vero che il linguaggio, inteso come funzione cognitiva, espressione delle potenzialità della nostra mente, è uguale per tutti, le lingue tra di loro sono profondamente differenti.

E se allora, a lingue differenti, a strutture differenti, a parole differenti, corrispondessero modi differenti di percepire ciò che ci sta intorno, di reagire alla realtà, di interpretare fatti, situazioni, culture?

Se le parole fossero qualcosa di più di semplici strumenti, ma ci influenzassero invece, fino a determinare chi siamo e come siamo?

È un’idea potente, seducente, ma bisogna fare attenzione: non è con le suggestioni che si fa scienza, per quanto poetiche esse suonino.

E allora in questo video ci immergiamo insieme in questa idea e cerchiamo di capire fino a che punto possiamo spingerla, prima che si sbricioli.

 

Mi sono imbattuto nella disciplina della linguistica al secondo anno della triennale in lettere. Linguistica generale: un esame davvero diverso da quelli di letteratura e filologia a cui ero abituato, più difficile anche, in alcuni passaggi mi ricordo che lo trovai noioso.

Eppure, mi restò qualcosa, una curiosità, un interesse per questa incredibile capacità dell’essere umano di comunicare attraverso una struttura così complessa e al tempo stesso così semplice.

Mi sono iscritto alla magistrale di linguistica, mi sono laureato e poi mi sono ritrovato a fare tutt'altro, come sai: a insegnare metodo di studio e apprendimento. Pur non avendo proseguito oltre la laurea, la linguistica rimane una disciplina che mi emoziona, per quanto possa sembrare strano.

Questa è la prima volta che parlo in un mio video di un tema di linguistica e devo dire che sono piuttosto entusiasta e curioso di vedere la risposta di chi mi segue. Spero che qualcuno lo guardi.

Ma torniamo al tema del video quell'idea che ha origine con la leggendaria “Ipotesi di Sapir Whorf”. Arriviamoci per gradi.

Dunque, lo avrai sentito dire sicuramente almeno una volta: gli eschimesi hanno tantissime parole per definire la neve e quindi riescono a individuare tipi diversi di neve che noi non siamo in grado di distinguere.

Questa in realtà è poco più di una leggenda metropolitana, ma ci interessa perché ha origine da un’interpretazione “alternativa” di quanto scritto dall'antropologo Franz Boas a proposito del popolo Inuit.

 

Vedi, Boas si era veramente stufato dell’idea piuttosto razzista che distingueva tra lingue superiori e lingue inferiori e che era usata come scusa per creare una gerarchia tra i popoli e le culture.

Per dirne uno, quel simpaticone di William Dwight Whitney, un linguista dei primi del ‘900, se ne andava in giro dicendo che i nativi americani fossero dei selvaggi e che la loro lingua inferiore andasse eradicata per permettere loro di diventare finalmente civili.

Un bello stronzo.

Ecco, a Boas questo non andava giù e cominciò allora a studiare culture diverse e lingue diverse, dimostrando come tutte avessero un valore espressivo alla pari ma, ed è qui la chiave, che esprimessero gli stessi concetti in modo del tutto differente. Boas era convinto che la lingua fosse un elemento chiave per capire la cultura di un popolo e che in essa si ritrovassero le stesse differenze che si manifestavano poi a livello antropologico.

 

L’IPOTESI DI SAPIR-WHORF

Un allievo di Boas portò il ragionamento un passo più in là, mescolandolo con le idee di un altro studioso, di cent’anni prima, Wilhelm Von Humboldt, e arrivò a sostenere che le differenze grammaticali e lessicali tra le lingue rivelavano un modo di descrivere, e quindi di percepire la realtà differente. Era Edward Sapir.

Sapir scriveva:

“Il fatto è questo: il mondo reale è in larga parte basato inconsciamente sulle abitudini linguistiche di chi lo abita. Noi vediamo e sentiamo e sperimentiamo in un certo modo perché la lingua della nostra comunità predilige certe scelte e interpretazioni.”

 

L’altro pezzo del puzzle è Benjamin Lee Whorf, che in realtà non era un linguista, ma un ingegnere chimico: di giorno lavorava per una compagnia di assicurazioni per incendi, di sera frequentava le lezioni di Sapir a Yale.

Whorf cominciò a studiare tutte le lingue rare ed esotiche su cui riusciva a mettere le mani e coniò un nuovo termine: “relatività linguistica”. Da lì altri studiosi presero il lavoro di Sapir e di Whorf e lo portarono avanti.

Finalmente ci siamo: i pezzi del puzzle sono tutti al loro posto, tutta questa storia per arrivare qui, alla relatività linguistica, chiamata anche Ipotesi di Sapir-Whorf o Whorfianismo.

E finalmente possiamo definirla.

È l’idea, l’ipotesi per la quale la struttura della lingua influenza la visione del mondo, la percezione e la cognizione di chi la parla. A lingue diverse, dunque, corrisponderebbero esperienze, percezioni, culture e pensieri diversi.

 

Ora, ci sono due modi per vedere la cosa, due formulazioni, se vogliamo usare un lessico un po’ più accurato: una formulazione forte, più estrema, e una debole, più moderata.

 

LA FORMULAZIONE FORTE

La formulazione forte, chiamata anche “determinismo linguistico” è quella che più ha affascinato la cultura pop negli ultimi 50 anni, e vuole la lingua come vero e proprio agente cognitivo. I pensieri e i comportamenti sarebbero determinati direttamente dal linguaggio e dalla lingua in cui si concretizza. Cambia la lingua, cambia i pensieri.

E qui sorge un problema: come metterla alla prova?

Si sono tentate due strade:

  • la prima è stata quella di studiare lingue estremamente particolari, con dei tratti diversi da qualunque altra, per vedere se tali diversità si riflettessero nelle menti dei parlanti.

Uno degli esempi è la questione degli Inuit e della neve di cui abbiamo già discusso, e che però si è concluso con un nulla di fatto, un buco nell’acqua… o nella neve. Ha ha… ah… ok, lasciamo perdere.

Un secondo caso studio è la lingua Hopi, di origine Uto-Azteca e parlata da qualche migliaio di persone in Arizona, dai discendenti dei nativi, nella quale il passaggio del tempo è descritto in modo completamente diverso da tutte le altre lingue conosciute. E un terzo esempio è la lingua dei Piraha, una tribù del Brasile, nella quale non esistono concetti numerici oltre a l’uno e al 2. I Piraha, secondo alcuni studi, non sarebbero in grado di distinguere tra 4 oggetti posti in fila e 5 oggetti, proprio perché nella loro lingua 4 e 5 non esistono.

  • La seconda strada per testare l’ipotesi è stata creare da zero delle lingue che fossero così diverse dalle lingue naturali, così astruse, che, se la formulazione forte fosse vera, chi le avesse imparate avrebbe cambiato modo di pensare e percepire la realtà. Qui ci sarebbe da fare un video a parte, perché il tema delle lingue inventate da zero è davvero pazzesco, se vi interessa ci torniamo, mi limito solo a darti i nomi di due lingue create proprio per testare la Sapir Whorf: il Loglan e il Lojban.

E…. vabbè, non voglio tenerti sulle spine: no, niente, ha fallito tutto, questa roba scientificamente non regge, la versione forte della Sapir Whorf, il suggestivo “determinismo linguistico”, purtroppo non ha senso.

Anche perché, pensaci, se davvero fossero il linguaggio e la lingua a determinare come percepiamo il mondo potremmo arrivare rapidamente a degli assurdi. Immagina di prendere un bimbo appena nato e insegnargli una lingua inventata in cui non esistono il concetto di amore e di affetto. Pensi davvero che non vorrebbe bene alla sua mamma e al suo papà? E, crescendo, non sarebbe in grado di innamorarsi di qualcuno?

Le emozioni, così come le percezioni e tutte le funzioni cognitive precedono il linguaggio e dipendono dalle strutture della nostra mente, da come si sono evolute in milioni di anni di selezione naturale, dalla fisiologia, non da come parliamo in modo diverso qui, in Turchia, o in Messico.

Posso non avere la parola per descrivere il colore marrone, ma il tavolo che ho davanti lo percepisco comunque di quel colore.

Whorf, più che Sapir (che era per la versione debole), ha portato per lo più aneddotti, congetture e ipotesi sue, più che prove scientificamente solide. Peccato, perché l’idea rimane una delle più intriganti della storia della linguistica.

 

Ah, neanche a dirlo, le pseudoscienze si sono buttate a pesce su questa ipotesi, nonostante non regga. E allora ecco che pesca dal determinismo linguistico la PNL, su cui ho fatto questo articolo, ma anche una bella fetta di fufferia new age per la quale “le tue parole plasmano la realtà” è uno slogan troppo succoso per non sfruttarlo. È triste, ma le cose vanno così.

 

LA FORMULAZIONE DEBOLE

La formulazione debole, il relativismo linguistico, invece, è più sensata, e prevede che lingua e linguaggio influenzino in modo relativo i pensieri, ma non li determinino completamente.

Che siano, insomma, uno dei tanti fattori che contribuiscono a plasmare l’esperienza umana, insieme a una miriade di elementi biologici, sociali, culturali, di classe, di istruzione, di educazione...

E questo può anche starci, non c’è un consenso definitivo in merito, e infatti rimane ancora oggi un tema dibattuto, soprattutto perché è davvero molto difficile metterlo alla prova con degli esperimenti.

 

***

 

È quindi possibile, forse persino probabile, che le parole che usiamo e come le usiamo esercitino un’influenza sul modo in cui tu, io, ogni essere umano pensa, sulla cultura che condividiamo, sulla vita che conduciamo.

La domanda che ancora resta, però, e che forse è destinata a non avere mai una risposta, è: fino a che punto?

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

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