MARTIN LUTHER KING - L’uomo che ha lottato per un SOGNO

 

UN’INFANZIA SEVERA

Sono i primi anni ’30 in America, e ad Atlanta, in Georgia, Martin Luther King Jr. è un bambino che vive a casa con i genitori, sua sorella Christine e suo fratello Alfred Daniel, che tutti chiamano A.D.

L’educazione a casa King è presa molto, molto sul serio ed è impartita in modo duro e inflessibile, senza sconti.

Martin Luther e i fratelli leggono ad alta voce i passaggi della Bibbia assegnati loro dal padre, il reverendo Michael King. La disciplina è amministrata con la frusta, letteralmente, e il reverendo usa punizioni corporali senza farsi troppi problemi… all’epoca era lo standard.

Il carattere del giovane Martin Luther è estremamente particolare: rigidissimo, serio, caparbio, responsabile e forte.

Il padre ricorderà che ogni volta che veniva sottoposto a punizioni corporali o frustate, il piccolo Martin Luther se ne stava fermo in piedi, impassibile. Le lacrime a rigargli il volto, ma nemmeno un singhiozzo.

Una volta A.D. stava tormentando la sorella Christine, e Martin Luther prende un telefono di quelli a cornetta e lo colpisce secco, lasciandolo a terra. Un’altra volta la nonna Jennie, chiamata da tutti “mama” finisce per terra, svenuta, dopo essersi scontrata con lui e suo fratello che stavano giocando.

Martin Luther, che le era affezionatissimo, credendola morta e sentendosi responsabile di quello che è successo si lancia dalla finestra del secondo piano provando ad uccidersi. Quando sente le voci che gridano che la nonna sta bene si rialza e torna in casa.

 

 

L’EDUCAZIONE

L’educazione religiosa di Martin Luther è notevole: recita a memoria versi e inni sacri quando ha appena cinque anni, ma la sua intelligenza e la sua capacità di imparare non si limitano alla religione. King suona il piano, studia la lingua inglese leggendo direttamente un dizionario e diventa estremamente eloquente, forbito e padrone del linguaggio per un ragazzino della sua età, nonostante si mostri disinteressato alle regole grammaticali e alla pronuncia.

Si azzuffa con i ragazzini del quartiere ma usa la sua abilità retorica per fermare gli scontri.

Anche la realtà sociale e della discriminazione entra presto nella sua vita. Diventa amico di un ragazzino bianco ma poco tempo dopo i genitori di questo gli impediscono di frequentare bambini neri e scacciano via Martin Luther da casa loro dicendogli noi siamo bianchi, e tu un nero. Il reverendo Michael e la madre di Martin Luther, Alberta, si siedono con lui quella sera e gli parlano del razzismo, della segregazione, della schiavitù.

Il bambino è profondamente colpito da quel racconto, e sconvolto dichiara ad alta voce che da quel momento in poi odierà ogni persona bianca. Suo padre lo ferma: è il dovere di ogni cristiano quello di amare chiunque. Quelle parole scavano a fondo.

Il reverendo è un esempio per suo figlio: subisce soprusi e discriminazioni come tutte le persone di colore in quegli anni al sud, ma rifiuta di piegarsi al sistema. Partecipa e guida proteste pacifiche contro la discriminazione nel voto, è attivo ed impegnato, non accetta il sistema.

 

 

L’ADOLESCENZA

È il 1942 e Martin Luther ha 13 anni, ha saltato un anno di scuola per entrare direttamente alle superiori, nella Booker T. Washington High School, una scuola per soli afro americani, ovviamente.

Mantiene una buona media, ma non eccellente. Sceglie l’inglese e la sociologia come sue materie principali nel curriculum scolastico, è uno studente dotato ma sembra non avere la passione per passare le sue giornate sui libri.

È bravo in matematica, mentre si fa aiutare da sua sorella con la grammatica.

Comincia invece a mettere in dubbio parte della sua educazione religiosa, in particolare gli insegnamenti sull’aderenza letterale alla Bibbia tipici del protestantesimo battista del padre, e arriva a negare la resurrezione di Gesù Cristo.

Intanto al liceo diventa popolare: è di bell’aspetto, ha un portamento elegante, ha sviluppato una voce profonda, calda e potente che usa con l’abilità di un retore consumato. Le ragazze impazziscono per lui. È carismatico e ben vestito, sviluppa un interesse per la moda, i vestiti, le scarpe in pelle.

                                                           

E poi balla.

Suo fratello A.D. dirà di quel periodo: “continuava a passare da una ragazza all’altra e io non riuscivo più a stargli dietro. Specialmente perché adorava andare a ballare ed era uno dei migliori ballerini di swing in città”.

A 15 anni, nel 1944, Martin Luther partecipa a una gara di oratoria in Georgia e la vince, con il suo primo discorso in pubblico sull’oppressione dei neri nell’America razzista.

Tornando a casa in autobus verso Atlanta, felice per la sua vittoria, lui e il suo insegnante vengono costretti ad alzarsi e a fare quasi tutto il viaggio in piedi per far sedere dei bianchi.

L’autista dell’autobus chiama King un “nero figlio di puttana” e alle sue proteste minaccia di chiamare la polizia. Lui si arrende.

Di quell’esperienza King anni più tardi scriverà “Quella notte non lascerà mai la mia memoria. Non sono mai stato così arrabbiato nella mia vita”.

 

 

IL VIAGGIO A NORD

Nell’estate del 1944, quando ha ancora 15 anni, Martin Luther passa il test di ammissione al Morehouse College e viene ammesso all’università per l’autunno successivo. Nel frattempo passa l’estate a lavorare con altri suoi amici in una fattoria di tabacco in Connecticut, la Cullman Brothers Tobacco.

È la prima volta che Martin Luther esce dal sud e viaggia in un luogo in cui le discriminazioni esistono, certo, ma in una misura e con una violenza decisamente diverse.

King capisce in quel momento che l’America è un paese spaccato a metà proprio sulla questione razziale e sull’eredità culturale dello schiavismo. Scrive queste parole in una lettera a suo padre:

 

“Qui le persone bianche sono tutte molto gentili, possiamo andare dove vogliamo e sederci dove ci va di sederci”.

 

A lui queste cose sembrano impensabili. Una rivoluzione, un paradiso.

Va al cinema, compra un milkshake, fa shopping, viaggia, va a teatro, entra e mangia nei ristoranti, va a messa in chiese dove siedono vicini bianchi e neri. È un mondo nuovo.

Nei suoi anni di college l’impegno sociale diventa sempre più importante e nel 1947, a 18 anni, sceglie di avviare una carriera religiosa, concludendo che la chiesa è ciò che gli offre il modo più diretto di rispondere a “un’urgenza interiore di servire l’umanità”.

Nel privato, pur essendo credente, Martin Luther rimane scettico del letteralismo e dei dogmi cristiani. Nei suoi scritti si ritrovano affermazioni sul fatto che la Bibbia sia un libro di mitologia, si mette in dubbio la nascita di Gesù da una vergine e si rigettano le favole e i miti dell’Antico Testamento.

Nel 1948 a 19 anni si laurea in sociologia.

 

 

IL SEMINARIO

King entra al seminario teologico Crozer, in Pennsylvania e diventa naturalmente rappresentante degli studenti. Sente sempre più forte il peso della responsabilità sociale: una volta si incazza con uno studente che si è portato in stanza una bottiglia di birra, lo apostrofa e gli dice che in quanto afroamericani loro hanno la responsabilità di portare sulle spalle “il peso della razza nera”.

Al terzo anno di seminario Martin Luther si innamora. Lei è una ragazza bianca, la figlia di un immigrato tedesco che lavora come cuoco nella struttura: è bellissima ma diversa da lui, così diversa…

Lui la adora più di ogni altra cosa, vuole sposarla ma tutti i suoi amici lo implorano di non farlo. Il matrimonio misto è troppo, troppo per tutti e avrebbe attirato ire, proteste e malumori da parte di bianchi come di neri, avrebbe rovinato la sua carriera, gli avrebbe impedito di tornare al sud.

Martin Luther è distrutto, dilaniato tra la sua ambizione, la responsabilità che sente e l’amore, quello vero. Dopo sei mesi tronca la relazione e taglia ogni rapporto con la ragazza: un suo amico racconta che in lacrime King gli ha detto che a farlo decidere era stato il dolore di sua madre alla notizia del matrimonio.

L’amico racconterà che King non si è ripreso mai più da quella separazione.

 

 

IL BOICOTTAGGIO

È il marzo del 1955, Martin Luther King ha 26 anni, nel frattempo si è sposato con un’altra ragazza, Coretta Scott, che era stata un’attivista a sua volta. Ha avuto la prima figlia, Yolanda.

                     

Ma in quel marzo succede qualcosa, la palla di neve che provocherà la valanga.

Claudette Colvin, una ragazza di colore di 15 anni, fa qualcosa che King tanti anni prima non era riuscito a fare. Si rifiuta di alzarsi per far sedere un uomo bianco su un autobus. L’incidente non fa notizia più di tanto, ma qualche mese più tardi, a dicembre, succede di nuovo.

Questa volta a rifiutarsi di lasciare il posto è Rosa Parks: la donna viene arrestata e questa volta sì, il mondo esplode. Il momento è arrivato.

Martin Luther King organizza insieme ad altri attivisti un boicottaggio di massa dei bus nella città di Montgomery, un boicottaggio che dura più di un anno, esattamente 385 giorni.

La situazione è incendiaria, viene lanciata una bomba sulla casa di King, lui viene arrestato ma la campagna a cui ha dato inizio finisce con una vittoria epocale e la fine della segregazione razziale sui bus di Montgomery.

Lui nel frattempo è diventato famoso ed è ora l’attivista e il rappresentante più conosciuto per il movimento per i diritti civili in tutto il paese, e l’America impara in fretta il nome di Martin Luther King Jr.

 

Nel 1957 nasce la Southern Christian Leadership Conference, SCLC, pensata per organizzare e condurre proteste pacifiche con le chiese nere del sud per le riforme sui diritti civili. King dirige l’associazione e per la prima volta, a nome proprio dell’SCLC, il reverendo King parla alla nazione intera.

Provare a riassumere in poche righe quello che sono stati gli anni di attivismo nazionale di Martin Luther King è semplicemente impossibile.

 

Non potrei mai rendere giustizia e rendere conto delle infinite proteste non violente che ha guidato, delle battaglie legali, dei discorsi contro la guerra e la discriminazione non solo contro i neri ma anche contro nativi americani, dell’odio verso di lui e il suo movimento, dell’FBI che gli controlla il telefono per il timore di infiltrazioni comuniste e tenta di scalzarlo dalla sua posizione di leadership, delle marce, delle strategie raffinate messe in campo per ottenere il massimo impatto mediatico e sociale e portare avanti la battaglia.

I confronti con le autorità segregazioniste, le minacce, i sit-in

Il reverendo è il vettore di una forza di cambiamento sociale inarrestabile.

 

 

L’ATTENTATO

È il 20 settembre del 1958, King è ad Harlem e sta firmando copie di un suo libro, quando una donna nera con dei disturbi mentali lo assale, è convinta che lui cospiri coi comunisti, e lo accoltella al petto con un fermacarte… la lama si ferma a millimetri dall’aorta.

Lui si salva, ma rimane in ospedale settimane. Poi esce, e ricomincia.

Nel 1961 è ad Albany, in Georgia, a visitare una enorme protesta pacifica, e viene coinvolto in un arresto di massa. Gli accordano una cauzione, ma lui la rifiuta. Sceglie di restare in carcere ma dopo tre giorni qualcuno comunque paga e lui viene buttato fuori dalla galera. Lasciarlo lì avrebbe voluto dire un danno d’immagine infinito per la polizia.

 

 

IL DISCORSO

Il 28 agosto del 1963 l’intera vita di proteste, attivismo e impegno di King e di tanti altri come lui culmina in un evento che definire storico è quasi riduttivo: la marcia su Washington.

Una folla oceanica di 250 mila persone, di cui oltre il 70% afroamericane, invade pacificamente il centro del potere americano, imponendo alla nazione più potente del mondo di guardare in faccia l’ingiustizia che ne sporca la grandezza e che ne infetta le fondamenta.

Il presidente John Fitzgerald Kennedy prima si oppone al progetto, poi è costretto dalle circostanze ad appoggiarlo e facilitarlo.

Le richieste sono chiare, semplici, impossibili da ignorare: la fine della segregazione raziale nelle scuole pubbliche, nuove leggi sui diritti civili, la protezione dei diritti civili dei lavoratori contro la violenza della polizia, il salario minimo di due dollari.

Il memoriale di Lincoln, il luogo simbolo della democrazia americana, vede estendersi a perdita d’occhio un numero infinito di persone.

Martin Luther King Jr. prende la parola, comincia il suo discorso che ha scritto nelle settimane precedenti, ma presto smette di leggere e comincia ad andare a braccio.

Una donna gli grida “Dì loro del tuo sogno”.

E lui glielo dice.

                        

 

Io ve lo dico oggi, amici, che nonostante tutte le difficoltà di oggi e di domani, io ho ancora un sogno. È un sogno profondamente radicato nel sogno americano.

Io ho il sogno che un giorno questa nazione si alzerà e sarà degna del vero significato del suo credo: “no crediamo che queste siano verità evidenti a sé stesse: che tutti gli esseri umani sono creati uguali”.

Io ho il sogno che un giorno sulle rosse colline della Georgia il figlio di quelli che un tempo erano schiavi e il figlio di quelli che un tempo erano schiavisti potranno sedersi assieme al tavolo della fratellanza.

Io ho il sogno che un giorno persino lo stato del Mississipi, uno stato scottato dal calore dell’ingiustizia, scottato dal calore dell’oppressione, sarà trasformato in un’oasi di libertà e giustizia.

Io ho il sogno che un giorno i miei quattro bambini potranno vivere in una nazione in cui non verranno giudicati per il colore della loro pelle ma per il contenuto della loro personalità.

Io ho un sogno oggi.

 

Forse è stato il più grande discorso in pubblico della storia, quasi sicuramente quello di maggiore impatto. Le parole di King cambiano il mondo davvero, incidono il granito di Washington e lo colorano di un nuovo senso.

 

 

LA FINE

È il 4 aprile del 1968 e il reverendo King è a Memphis, in Tennessee, per sostenere la lotta dei dipendenti pubblici sanitari neri in sciopero da settimane per chiedere un aumento del salario e condizioni di lavoro più eque.

Dopo un altro meraviglioso discorso Martin Luther torna in albergo, al Lorraine Motel, nella stanza 306, dove alberga sempre quando è in città.

Si sporge dal balcone del secondo piano, forse per prendere un po’ d’aria e James Earl Ray, in una casa dall’altra parte della strada, carica il suo fucile Remington modello 760 Gamemaster, guarda dentro l’obiettivo, mira e spara.

Martin Luther King muore all’ospedale di St Joseph alle 7 e 05 della sera a 39 anni.

La sua autopsia trova il suo cuore in uno stato tremendo, il dottore dice che sembrava quello di un sessantenne e che attribuiva quel deterioramento all’eccessivo stress della vita dell’uomo.

L’America esplode, le proteste divampano.

Seguendo le sue esplicite volontà, al funerale non vengono nemmeno menzionati i premi, gli onori, i riconoscimenti ottenuti in vita.

 

Non ce n’è nemmeno bisogno. Martin Luther King Jr., la sua umanità, la sua grandezza, il suo impatto, sono consegnati alla storia.

 

 


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