Il METODO di STUDIO “AMERICANO”: funziona davvero?

Era da un po’ che non scrivevo un bell’articolo sul metodo di studio vero e proprio, uno di quelli che fanno chiarezza, che danno indicazioni puntuali sull’approccio da seguire, magari che imprimono anche una direzione chiara agli studenti. Mi mancavano.

Ci pensavo e ripensavo, ero lì che cercavo un’idea quando…

Là, provvidenziale, una decina di giorni fa mi arriva una mail di un ragazzo che mi segue, Mattia, che ringrazio davvero per lo spunto, e che mi fa una domanda interessante:                     

Come mai all’estero (e aggiungo io, soprattutto nel mondo anglosassone), anche grazie a chi ne parla su YouTube, tanti studenti creano il proprio metodo di studio basandosi esclusivamente sul richiamo attivo, il testing e la ripetizione spaziata?

Flashcards, bigliettini, qualche volta tecnica di Feynman, Anki.

Ma niente schemi, niente ricerca e sottolineatura di parole chiave, niente esplicita rielaborazione

Non va un po’ in contrasto con quello che spiego io tutti i giorni riguardo a tutto l’aspetto rielaborativo, produttivo e di ragionamento del metodo di studio? Come stanno le cose?

Non è meglio, e magari pure più veloce, studiare “all’americana?”

Sì, ma no, forse, insomma, in un certo senso… La risposta non è proprio scontata.

 

E allora oggi, in questo articolo, mettiamo due metodi di studio a confronto, lo stile più rielaborativo e quello “americano”, e capiamo insieme quale sia il migliore… e perché!

 

Come sempre, prima di buttarci a capofitto nel problema, vi spiego come sarà strutturato l’articolo.

Per prima cosa capiremo insieme cosa sia e come funzioni questo metodo di studio “all’americana”, come lo ho battezzato, dopodiché capiremo cosa sia il suo avversario, il metodo di studio rielaborativo, e poi li confronteremo e capiremo quale sia migliore, e poi...

Beh, poi non posso rovinarvi troppo la sorpresa, ma sappiate che solo alla fine dell’articolo avrà tutto senso!

 

 

IL METODO DI STUDIO ALL’AMERICANA

Intanto chiariamoci subito: l’ho chiamato così perché faceva figo e acchiappa click, eh lo so, che ci volete fare, siamo sui social e bisogna giocare al gioco del clickbait.

Però un fondo di verità c’è: non è un metodo usato solo in America, ma è vero che si è particolarmente diffuso negli ultimi anni nel mondo anglosassone, grazie proprio all’influenza dei social e di persone che, come me, parlano di metodo di studio in modo serio e scientifico, e di tutto il movimento che si rifà al concetto di “evidence-based learning”. Non ci sono molti che parlano di questi argomenti, ma esistono figure come il grande Ali Abdaal, che cito sempre, o Thomas Frank, che è stato il primo YouTuber a cui, a suo tempo, mi ispiravo.

Come funziona questo modo di studiare? È piuttosto semplice in realtà: nel tentativo di trovare la massima efficienza e rapidità possibile, chi si occupa di questi temi ha cominciato a cercare dalle fonti scientifiche quale fosse il modo più rapido in assoluto per ricordare qualcosa che si sta studiando.

Al di là delle tecniche di memoria, il cui campo di applicazione, come dico sempre, è quello dei dettagli tecnici, quello che salta fuori da queste ricerche è che il modo più rapido per ricordarsi dei concetti è il testing unito al ripasso programmato.

Il testing (ormai lo saprete a memoria se siete da un po’ sul blog, ma per sicurezza riassumo in due righe, promesso) è la concretizzazione del principio del recupero o richiamo attivo, una delle basi cognitive fondamentali dell’apprendimento efficace, e si concretizza nel mettere alla prova le informazioni acquisite e comprese tramite esercizi nel caso di materie pratiche e quiz domanda-risposta per materie più teoriche.

 

Il ripasso programmato, o ripetizioni spaziate, o spaced repetitions, sono invece l’implementazione di ripassi strategici in momenti specifici a intervalli di tempo crescenti per mantenere le informazioni a memoria, potenzialmente all’infinito.

Cosa fanno, quindi, gli studenti “all’americana”?

Leggono il libro o ascoltano la lezione, preparano delle flashcards, cioè dei bigliettini con domande sugli argomenti del libro o della fonte di studio, rispondono a queste domande e poi ripassano di frequente, seguendo gli intervalli delle spaced repetitions.

Se la materia è pratica e tecnica, come la matematica o l’informatica, a questo aggiungono lo svolgimento degli esercizi e la risoluzione di problemi.

Stop.


Questo è il metodo di studio all’americana: lettura, flashcards, esercizi, ripasso programmato.

Alcuni, se gli argomenti sono molto difficili, applicano l’approccio in stile Feynman, ma non è la norma.

Sospendiamo per un secondo il giudizio di efficacia ed efficienza e passiamo all’altro stile, l’altro metodo di studio che vi si contrappone.

 

 

IL METODO DI STUDIO “RIELABORATIVO”

Potremmo definire metodo di studio rielaborativo quello che invece pone l’accento sul processo non tanto di memorizzazione e ricordo, ma di interiorizzazione delle informazioni.

Imparare ristrutturando le informazioni dentro di noi, capendole a fondo, esprimendole in modo sintetico, gerarchico, personale, arricchendole di collegamenti, riflessioni ecc.

Paladino di questo approccio Joseph D. Novak, inventore delle mappe concettuali, ma anche Tony Buzan, il papà delle mappe mentali.

                          

Il metodo di studio rielaborativo è quello che si basa sulla ricerca e individuazione di parole chiave, sulla costruzione di schemi di ogni argomento affrontato, sull’ampio spazio dato al ragionamento, al confronto, alla personalizzazione.

Cosa fanno, quindi, i rielaboratori puri? Ovviamente leggono e ascoltano, certo, ma poi lavorano sul testo, individuano le parole chiave, costruiscono lo schema con attenzione e ripassano basandosi su di esso.

Alcuni poi implementano le mnemotecniche per i dettagli tecnici, altri ancora, infettati da idee pseudoscientifiche senza alcuna base concreta, tentano di memorizzare gli schemi parola per parola. Di questa idea non discuteremo neanche, è una follia e ne abbiamo già parlato.

 

 

QUAL È IL METODO DI STUDIO MIGLIORE?

Ora che ci è chiaro come funzionino i due approcci, piuttosto diversi l’uno dall’altro, dobbiamo capire quale sia il migliore

Sorpresa sorpresa, nessuno dei due!

Eh già, perché il vero problema è che entrambi questi metodi hanno ragione in un senso e torto nell’altro, hanno dei vantaggi da una parte e degli svantaggi dall’altra, ottengono buoni risultati in un senso, e mediocri nell’altro.

Questo però non significa che non si possano valutare.

Andiamo coi pro e i contro dell’uno e dell’altro!

 

Il pro numero uno del metodo americano è che a livello di memoria funziona parecchio. Lo abbiamo detto già prima: il testing, scienza alla mano, è la singola tecnica più efficace in assoluto quando si tratta di memorizzare un concetto, e le spaced repetitions sono il modo più efficace di mantenere nel tempo qualunque tipo di informazione.

Il secondo vantaggio è la rapidità. È certamente un metodo molto rapido, perché richiede meno passaggi ed è anche piuttosto semplice da applicare.

Quindi, banalmente, con il metodo americano ci si ricorda le cose e lo si fa anche piuttosto in fretta.

 

Ottimo, direte voi, perfetto, è quello che volevo, caso chiuso… un attimo. Perché i problemi qui sono quattro:

  • Per prima cosa non è davvero così semplice applicarlo, specie ad argomenti molto complessi. Mancando un passaggio rielaborativo esplicito, spesso si rischia di incartarsi, perché non si riesce a capire come applicare il testing esattamente, a cosa, in che modo, si rischia di lasciare indietro parti non “testate” e dunque vuoti di preparazione. Ma soprattutto, a volte ci si ferma proprio al primo passaggio, la lettura, perché ci si scontra con qualcosa di realmente complicato che avrebbe bisogno di un ragionamento più profondo.

 

  • In secondo luogo, l’aspetto dei ripassi programmati è efficiente e rapido solo finché tutto fila liscio, ma in un attimo rischia di rallentare Cosa succede quando prendi in mano la tua flashcard e… non ti ricordi la risposta? Eh, bel problema, perché tocca tornare alla fonte iniziale, il libro o gli appunti, non sottolineati, non sintetizzati, non scremati. E lì i tempi si dilatano enormemente.

 

  • In più, il metodo americano puro non affronta il tema della lettura efficace, aprendosi ai rischi che conosciamo sulla distrazione, la difficoltà di comprensione, la necessità della rilettura

 

  • Infine, se applicato così, di brutto, è un metodo che rischia di rimanere abbastanza superficiale, incerto e traballante, poco approfondito e poco interiorizzato, tutto orientato a passare il test ma poco a fare davvero propri gli argomenti. Non a caso si diffonde soprattutto nella patria degli esami a crocette, ma fatica molto di più con gli orali o con le domande aperte o i compiti scritti basati su problemi da risolvere, dimostrazioni e tutto il resto.

 

E il metodo rielaborativo invece?

Il pro sono la comprensione profonda, l’interiorizzare l’argomento, il produrre degli schemi che sono supporti comodissimi per il ripasso o in caso di difficoltà, l’affrontare il testo in modo più approfondito e sicuro, insomma la costruzione di competenze e conoscenze più solide.

I contro? Il più evidente è che è più lento, e questo è innegabile, certo, a fronte di una qualità forse maggiore. Ma non è solo lo schema a far rallentare, è anche il ripasso basato di fatto sulla rilettura e ripetizione, il fare i discorsetti o le fesserie di memorizzazione dello schema con mnemotecniche.

Ma non solo, l’approccio rielaborativo manca di praticità e concretezza per la preparazione degli esami, non è efficiente nel ricordare i dettagli e nell’allenarsi a rispondere a domande, specie quelle secche e dirette.

E quindi da un lato abbiamo il metodo americano, più rapido ed efficace con la memoria, ma più superficiale, incerto e rischioso.

Dall’altra il metodo rielaborativo, più accurato, solido, approfondito, ma più lento e poco adatto alla preparazione per test, esami, concorsi, verifiche e interrogazioni.

E quindi?

Pistola alla tempia, se dovessi scegliere necessariamente uno dei due, forse consiglierei l’approccio americano per chi deve passare esami e concorsi e l’approccio rielaborativo a chi studia per formazione personale o lavorativa, ma la verità è che è una scelta sbagliata a monte ed entrambe le soluzioni sono sbagliate.

Spesso, leggendo superficialmente le fonti, quello che emerge è che l’approccio basato esclusivamente sul testing sia l’unico che abbia senso.

Ma in realtà è il confronto stesso, a mio avviso, ad essere sbagliato. E ora arriviamo al punto focale, ci avviciniamo alla risposta che vi avevo promesso.

 

 

IL PROBLEMA CON QUESTO CONFRONTO

Ora, i problemi fondamentali con questo confronto tra i due approcci sono tre, ne ho parlato anche qualche tempo fa in una live in cui discutevamo delle ricerche scientifiche in merito.

  • Il primo problema è che spesso si confrontano le tecniche non nella loro versione ottimizzata. Prendiamo la sottolineatura di parole chiave: spesso, nei testi scientifici o divulgativi in merito, viene definita inutile e dannosa. Ma quando poi vai a vedere cosa intendano per sottolineatura, ti accorgi che intendono quella classica, pigra e automatizzata degli studenti, non la ricerca attiva di parole chiave. E in quel caso hanno pienamente ragione perché quella sottolineatura è del tutto inutile, lo spiego molto bene nel mio manuale gratuito di lettura efficace, Leggere per Sapere. Ma si manca di prendere in considerazione le versioni più avanzate di quell’approccio, di quella tecnica, che magari stravolgono del tutto l’esecuzione. Quando si fanno gli studi in merito, quindi, quasi sempre si prendono le metodologie di studio come sono applicate dalla media degli studenti, senza un training specifico in merito. Ma questo, dei tre, è il problema minore.

 

  • Il secondo problema, ben più importante, è che i vari metodi vengono confrontati uno contro uno, come se fosse una battaglia a due. E allora si confrontano testing vs schemi o parole chiave vs schemi o testing vs parole chiave o testing vs tecniche di memoria o tecniche di memoria contro schemi o parole chiave contro… ci siamo capiti. Lavorando così, alla fine, emerge sempre che a vincere è il testing, per forza, perché, come abbiamo detto, è la singola metodologia più importante e che produce maggiori risultati a livello di ricordo. Ma seguendo una deduzione errata si fa il grossolano errore di scambiare “la tecnica più importante” per “l’unica tecnica importante”. Questo è il motivo per cui poi qualcuno si è convinto che bastasse il testing per fare tutto il metodo di studio. È un po’ come se qualcuno, usando una metafora, ci chiedesse: “in una macchina è più importante il motore o sono più importanti le ruote?” Eh… messa così probabilmente il motore, ma non è che senza ruote o con delle ruote bucate si viaggi proprio benissimo… Lo stesso nello studio, il testing è senza dubbio la singola tecnica più efficace e importante, ma per esprimere davvero il suo potenziale ha bisogno anche di altre metodologie che lo affianchino. Il che ci porta direttamente al terzo errore.

 

  • Il terzo problema è che non si considera mai l’alternativa vera, la vera soluzione a mio modo di vedere… la combinazione dei due approcci!

 

 

LA SOLUZIONE

Ed eccolo qui, svelato l’arcano, il vero segreto. Fondere i due approcci e arrivare al processo di studio ideale.

Che poi non è altro che il PACRAR, che vi ho raccontato mille volte e che insegno in Sistema ADC, il mio corso completo di metodo di studio che è talmente mostruosamente fenomenale che non so proprio che dirvi se non di andare a dargli un’occhiata! 

Questo è proprio il percorso anche mentale, di prove, tentativi, sperimentazioni che ho iniziato anni e anni fa e che mi ha portato qui a quello che insegno ora.

Ho fuso i due approcci, non moltiplicando però il tempo che ci vuole per studiare, e mantenendo il focus sul testing e sulle spaced repetitions per ottenere la massima efficienza nella preparazione dei test e nella memoria. Ho aggiunto la lettura efficace, la tecnica di realizzazione degli appunti, la schematizzazione, le tecniche di memoria, e ho fuso il tutto in un percorso in cui ogni metodologia faccia risparmiare tempo sulle successive, e non sia soltanto propedeutica alle altre, ma le faciliti e si integri alla perfezione in modo fluido. Ecco quindi che unendole insieme non si sommano i tempi, si rendono più efficienti!

La lettura efficace prepara la strada a una schematizzazione più rapida e di maggiore qualità, lo schema facilita il testing e il ripasso programmato, le tecniche di memoria colmano i gap dei dettagli tecnici, la realizzazione di appunti anticipa e facilita tutto il resto…

Ed è quindi proprio questa l’origine del PACRAR, del metodo di studio che insegno, da quel momento di oramai parecchi anni fa in cui mi sono reso conto che questa opposizione tra i due stili era pretestuosa e che la si poteva superare solo facendoli lavorare insieme, modificandoli e adattandoli perché diventassero ingranaggi di un sistema unico.

Pianificazione, acquisizione, comprensione, rielaborazione, applicazione, ricordo.

Il miglior compromesso tra efficacia, efficienza e qualità del risultato.

Né americani né rielaboratori, ma entrambi al tempo stesso, prendendo il meglio dai due metodi e colmandone le lacune.

 

A questo punto voglio però sentire la vostra opinione, scrivetemi che cosa ne pensate e quale dei due approcci preferireste se proprio foste costretti a scegliere, ma ricordatevi che la cosa migliore è non scegliere affatto!

E se volete fare un salto di qualità definitivo nello studio entrate in Sistema ADC!


 

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