DUNE: il mondo delle sabbie [RECENSIONE]

 

Il deserto: una distesa infinita di sabbia, un mare giallo le cui enormi dune celano potenzialità infinite e segreti dimenticati.

Il deserto è il luogo della disperazione e dell’esplorazione al tempo stesso, del tempo che scorre lento e che annulla ogni cosa, della natura ostile che non ha nessuna pietà per l’essere umano e i suoi obiettivi.

Il deserto è il luogo della possibile rinascita, la potenzialità di creare e ricreare, di trasformare. È anche il luogo della sfida, l’ultima frontiera, il nemico definitivo.

Il deserto è un simbolo onnipresente nel nostro imaginario collettivo, potente, spaventoso, bellissimo e l’opera, anzi le opere di cui parliamo oggi, hanno scelto di metterlo al centro.

Oggi parliamo di Dune, il libro leggendario di Frank Herbert, primo di una saga che è passata alla storia e Dune, di Denis Villeneuve, nuova scommessa del cinema di fantascienza contemporaneo.

Questo è 4 frasi per… Dune!

 

 

 

“Non devo avere paura. La paura uccide la mente. La paura è la piccola morte che porta con sé l'annullamento totale. Guarderò in faccia la mia paura. Lascerò che mi calpesti e mi attraversi. E quando sarà passata, aprirò il mio occhio interiore e ne scruterò il percorso. Là dove andrà la paura non ci sarà più nulla. Solo io ci sarò.”

 

Dune è solenne, Dune è potente, Dune è grande, Dune è bellissimo, Dune è pesante.

Sia il libro, che il film. E mi posso permettere di parlare di entrambi allo stesso momento proprio perché, pur su due binari e due media completamente diversi, procedono paralleli.

 

Frank Herbert, nel 1965, creando quello che è uno dei capisaldi imprescindibili della fantascienza di ogni tempo, ha scelto di rendere la sua opera densa, riflessiva, dall’incedere lento. Il risultato? Il viaggio su Arrakis è impossibile da dimenticare perché non è facile, non è banale, ma ti costringe invece a fare fatica per scoprirne la meraviglia. A scavare dentro te stesso mentre leggi.

Anche la scrittura è complessa, stratificata, con momenti altissimi di lirismo, pensieri degni di lavori di filosofia e anche una buona dose di passaggi che per la sensibilità di lettori contemporanei rivelano chiaramente il fatto che l’autore ha cominciato a scrivere Dune a metà degli anni '50.

Non riesci a smettere di immergerti nelle pagine e vederle scorrere tra le dita una dopo l’altra, centinaia e centinaia di pagine, ma al tempo stesso ti accorgi di quello che stai facendo, e quando hai finito senti di aver bisogno di tempo per pensarci e, anche, di prenderti una pausa.

Tornare su Arrakis con il film di Denis Villeneuve appena uscito, 56 anni dopo la pubblicazione del libro, mi ha fatto esattamente lo stesso effetto.

Quel filmone mascherato da blockbuster mi ha lasciato soddisfatto ma al tempo stesso esausto, mi ha colpito a livello sensoriale come non mi succedeva da tanto su uno schermo, ma ammetto anche che, forse complice l’orario serale tardo, il fatto che ricalchi in modo molto pedissequo la storia originale e il minutaggio importante, l’ho trovato a tratti ridondante e insistito. Pesante, appunto.

Ma questo è davvero un difetto? Ci ho ragionato proprio in questi giorni: la parola pesante è ormai diventata nel discorso comune un sinonimo di “brutto, non lo guardare, non lo leggere”. Ma non è la stessa cosa. La leggerezza ha un ruolo importante nell’intrattenimento, certo, ma d’altro canto le esperienze che regalano le soddisfazioni più profonde e importanti della nostra vita spesso sono pesanti, spesso esigono un prezzo da pagare.

 

E allora diciamo così, questo vale sia per il libro che per il film: cercate intrattenimento puro e leggero, spensierato? Chiedete alla Gilda spaziale di portarvi in un altro angolo dell’Universo, perché Dune ha altro da offrirvi.

Ma se volete invece essere messi alla prova a riemergere dalla lettura e dalla visione diversi, con il ricordo e la consapevolezza di aver letto/visto qualcosa che resterà in voi e diventerà parte di voi… il deserto vi aspetta!

 

 

 

“<<Per essere un Mentat, Piter, tu parli troppo>> Replicò il Barone. E pensò: Devo sbarazzarmi al più presto di costui. Ha quasi superato la sua utilità. […]  

<<Ah, Ah! Barone, io so, poiché sono un Mentat, quando voi mi manderete al boia. Eviterete di farlo fin quando vi sarò utile. Muoversi prima sarebbe uno spreco e io sono ancora molto utile. So cosa vi ha insegnato quel delizioso pianeta, Dune: non sprecare mai nulla. Non è vero, Barone?>>

Il barone continuò a fissare Piter.”

 

Ci sono storie che si nutrono di immagini e, senza alcun dubbio, le immagini di Dune sono quelle che attirano l’attenzione e che riempiono gli occhi. Ma la sua anima, per quanto mi riguarda, sono i dialoghi.

I dialoghi del libro e, sebbene in misura minore, possiamo dire anche del film, sono sempre affrontati su più livelli, nascondono duelli di mente e di inganno, hanno uno spessore emotivo, personale e politico fuori dal comune.

Tutti i personaggi di Dune usano le parole in modo accorto e il mio preferito in assoluto è il Barone Harkonnen, forse uno dei villain più affascinanti della storia della narrativa moderna, reso benissimo a livello estetico nel film ma, forse, non abbastanza nel suo spessore e nel suo carisma di stratega.


Tra l’altro le scene con gli Harkonnen nel film sono eccezionali, e a mio avviso riescono a superare la visione forse più autoriale e personale di David Lynch, il geniaccio che modificò molto di più il materiale di partenza nel suo film originale del 1984, forse anche troppo… e scelse Sting come pupillo del Barone.

A margine: a me il film di Lynch è sempre piaciuto, nonostante fosse veramente incasinato e strambo a livello di trama. Recupererei pure quello, se volete vedere una fantascienza enigmatica e diversa dal solito.

 

Ma dicevamo dei dialoghi. Dune è disseminato di scambi fantastici, che non hanno tanto a che fare con la spettacolarità o la frase figa a effetto quanto con la sottile manipolazione.

Il fascino dello scenario politico di alleanze, conflitti sotterranei, guerre fredde dell’Imperium è veicolato proprio da questi dialoghi e si trasforma in uno degli elementi principali di tutta la narrazione e dello stile di Herbert.

Vi piace Game of Thrones per le trame politiche? Ecco, diciamo che non ne sentirete per niente la mancanza nell’universo di Dune.

 

 

 

“Un tempo gli uomini dedicavano il proprio pensiero alle macchine, nella speranza che esse li avrebbero liberati. Ma questo consentì ad altri uomini di servirsi delle macchine per renderli schiavi.”

 

Al di là del piacere nel leggere questo libro e nel vedere il film e di tutto quello che abbiamo già detto, l’importanza e il fascino di Dune nascono da una delle costruzioni di worldbuilding più sfaccettate e articolate della storia della narrativa.

L’unico paragone che mi viene in mente di autore riuscito a creare un universo così complesso e dettagliato è J.R.R. Tolkien. Ma Tolkien col Signore degli Anelli ha percorso una strada diversa, quella della descrizione puntigliosa di tutto, dalla mitologia fino all’ultimo ramoscello secco dell’albero più piccolo della foresta in cui i protagonisti non passano.

 

Herbert va in direzione opposta: il suo mondo è altrettanto ricco, forse ancora più innovativo e originale, ma non passa attraverso così tante descrizioni minuziose, quanto piuttosto da suggestioni, frase lasciate a metà, indizi, parole suggestive, riferimenti indiretti.

Il mondo di Tolkien ti viene dipinto davanti in modo impossibilmente completo dal suo autore, un Maestro senza pari. Il mondo di Herbert viene costruito dalla tua mente a partire da chiazze di colore e di disegno lasciate sulla tela per guidarti.

E ti ritrovi a domandarti che cosa diavolo sia il Jihad Butleriano, un evento importantissimo nella mitologia di Dune a cui si fa continuamente riferimento, ma che non viene mai descritto in modo esplicito. Il lavoro lo fai tu, ed ecco perché Dune è un incredibile allenamento per la capacità immaginativa personale.

 

Il film, per forza, non può riprodurre questo meccanismo, ma gioca su immagini spesso in penombra, sfocate, effetti visivi che disturbano una visione chiara e stimolano l’immaginazione, oltre che forse mascherare anche un po’ di limiti produttivi a livello di effetti speciali e digitali.

Nell’universo dell’Imperium convivono elementi ipermoderni e fantascientifici ed elementi antichi, navi spaziali e spade, tute distillanti e anelli per imprimere uno stemma sulla ceralacca. È un connubio riuscitissimo e tutto questo gigantesco calderone, non a caso, a permesso a chiunque altro di…ispirarsi.

Leggere Dune e guardare il nuovo Dune permette di riconoscere tanti elementi che abbiamo visto altrove. Ci viene da dire: ehi ma le streghe del Bene Gesserit sembrano quasi gli Jedi di Star Wars! Ehi ma i creatori, i vermi del deserto sembrano i vermoni di Tremors! Ehi ma il deserto di Arrakis sembra Tatooine o l’ambiente di Stargate… ma è il contrario!

Sono tutti quelli e infiniti altri lavori ad aver pescato a piene mani da Dune, tanto che l’immaginario collettivo della fantascienza è ormai permeato di idee e spunti che hanno quell’origine. Un po’ come è successo per Tolkien e l’high fantasy.

Arrivare su Dune è un po’ come risalire alla fonte, un po’ come tornare a casa.

 

 

 

“<<La loro mente – ribattè Yueh – guarda gli alberi e pensa: lì ci sono almeno cento di noi. Ecco cosa pensa la gente>>. 

Lei lo fissò, perplessa e accigliata. <<Perché?>>

<<Quelle sono palme da datteri. Ognuna di quelle palme richiede quaranta litri di acqua al giorno. A un uomo, invece, ne bastano otto. Una palma, quindi, equivale a cinque uomini. Ci sono venti palme là fuori: cento uomini.>>”

 

L’ultimo pezzo del puzzle di Dune di cui parlare è il suo messaggio, il suo significato, e chiunque veda il film o, ancora meglio, legga il libro, non può nemmeno pensare di malinterpretarlo: è un messaggio ecologista che mette in guardia dagli sprechi e dalla mancanza di rispetto per le risorse del mondo che arriva dal sistema capitalistico, una critica severa e tagliente alla diseguaglianza economica, di opportunità, ma anche climatica.

Il popolo del deserto di Arrakis prosciuga d’acqua, disidrata, essica quasi i propri morti, per non sprecare nemmeno una goccia di preziosa acqua, nel sogno di riuscire a trasformare un giorno il loro pianeta in un grande giardino.

Ma il pianeta delle Dune è ricco di una risorsa, la spezia, l’elemento fondamentale per gli spostamenti dello spazio, quasi come fosse il petrolio del nostro mondo, e tanto basta a potenze militari straniere per invadere quelle terre e quelle persone, sfruttarle, martoriarle, renderle il centro delle loro guerre e l’oggetto della loro avidità.

Se questo non vi parla, non so cos’altro lo farà.

 

Tra le tante cose che riesce a fare questo capolavoro infinito, ci urla pure in faccia della nostra ipocrisia e del disastro a cui andremo incontro se non impareremo a prenderci cura degli spazi e degli ecosistemi in cui viviamo.

Anche il film spinge in questa direzione, nonostante, mi immagino, questi aspetti saranno più approfonditi nell’inevitabile seconda parte, dato che il film nasce proprio tronco, non è autonomo, non finisce, come se fosse una prima puntata di una serie non più televisiva ma cinematografica (e questa è l’unica critica davvero importante che si può fare).

 

Dune, il libro, è un caposaldo che nessuno può permettersi di ignorare, è la storia della fantascienza, è un’opera lontana dal gusto e dall’abitudine contemporanei, difficile, lunga, lenta, maestosa, dal fascino irresistibile e dalla profondità ineguagliabile.

Dune, il nuovo film del 2021, è un omaggio straordinario all’opera originale, con le stesse caratteristiche, di un autore che personalmente adoro e che ultimamente sta visitando ogni aspetto della fantascienza. Un’esperienza cinematografica che ti resta addosso ma che potrebbe anche risultare pesante a chi la affronta aspettandosi Guerre Stellari o gli Avenger.

 

Ma io mi devo fermare qui, a questo punto voglio sentire voi che cosa ne pensate, del libro come del film. Fatemi sapere se lo leggerete, lo vedrete o l’avete già fatto. E vi lascio pure i link affiliati Amazon per comprare i libri e pure il dvd del film di Lynch, che non si sa mai!


 

 

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