Il vero SEGRETO della PRODUTTIVITÀ

 

Vi capita mai che un’idea, un discorso, un concetto particolarmente utile vi rimanga nella testa e continui a tornare e ritornare per giorni?

Beh, a me sì, e quando questi concetti sono utili e riguardano la produttività, lo studio e il lavoro, poi finisco inevitabilmente per volerci scrivere un articolo sopra.
Questa settimana sarebbe dovuto uscire un altro articolo su un altro tema, ma l’ho rimandato perché voglio assolutamente parlarvi di questa cosa, questa dicotomia che ho scoperto e che a mio avviso ha il potere di rivoluzionare il concetto stesso di produttività.

Allacciatevi le cinture, leggete l’articolo fino alla fine e preparatevi: oggi scopriamo insieme la regola più importante da seguire nel lavoro, nello studio e persino nella nostra vita personale!

 

Bene bene bene, passiamo subito all’azione!

L’altro giorno ero in macchina che guidavo verso Bologna in compagnia di Piero, un personaggio straordinario che prima o poi vi presenterò, mio partner in un progetto segretissimo che scoprirete quando sarà il momento!

Andavamo a Bologna a incontrare un’altra persona per questo progetto segretissimo, di cui tanto vi dirò nulla… dovete morire di curiosità!

Comunque, parlando di un sacco di cose interessanti e importanti che non vi dirò, Piero mi sgancia dal nulla una perla di saggezza che mi ha colpito dritto al cuore, e che ho poi scoperto essere uno dei capisaldi del project management.

Mi dice: “Sai, io cerco sempre di concentrarmi sulla differenza tra output e outcome”.

Mi si accende un punto interrogativo sulla fronte: “In che senso??”

Piero continua: “Output è quello che produci, sono le azioni che compi, i compiti che porti a termine, i risultati concreti che ottieni giorno per giorno, mentre l’outcome è l’impatto che quei risultati ottengono a medio e lungo termine, il cambiamento che imprimono. La vera produttività si misura sull’impatto che hanno le tue azioni, non sulla quantità di azioni che fai”.

Ferma tutto, ferma tutto questa cosa ha così tanto senso, è così tanto profonda e ha così tanti risvolti che devo per forza di cose approfondire. Gli ho chiesto qualche riferimento in merito e mi ha consigliato un libro di Joshua Seiden, Outcomes over output, focalizzato sull’aspetto business di questa definizione, che ho subito ordinato (e ancora non ho letto).

 

Dopodiché abbiamo continuato a parlarne per un po’ e poi alla fine abbiamo cambiato discorso, ci siamo incontrati con la persona con cui dovevamo incontrarci e ce ne siamo tornati a casa. Tutto bene.

Io, però, ho continuato a pensarci, e più ci pensavo e più mi accorgevo che questo concetto fa davvero la differenza.

Rimanete con me, che lo decostruiamo e ci portiamo a casa una lezione preziosissima!

 

 

 

IL CONCETTO GENERALE

L’output sono le azioni che compi, i task che completi. Partiamo da questo. L’output quindi è la misura superficiale della produttività, sono le ore che passi al lavoro o nello studio, le cose che fisicamente produci, i mattoncini che allinei.

È il frutto a breve termine del tuo sforzo, quello che hai realizzato.

Per quale motivo questa unità di misura dovrebbe essere poco importante? Beh, perché si tratta di un parametro esclusivamente quantitativo che ha a che fare col numero, la quantità appunto, ma non ci dice nulla della qualità del lavoro o, ancora meglio, della sua utilità.

Possiamo essere estremamente produttivi in termini di output ma, al tempo stesso, non avanzare minimamente verso il nostro reale obiettivo a medio o lungo termine. Possiamo tenerci occupati, fare moltissimo, ma perdere ugualmente il nostro tempo.

Tutto questo si collega anche al concetto dello pseudolavoro, ne abbiamo parlato a proposito della procrastinazione! Lo pseudolavoro sono tutte quelle attività che ti soddisfano, ti impegnano e ti fanno sentire produttivo, ma in realtà non contribuiscono minimamente al tuo successo nel campo in cui le stai applicando. 

Hanno l’unico scopo di placare la tua mente, che gode ogniqualvolta porti a termine un compito, qualunque esso sia, perché… la natura ci ha fatto evolvere così!

Il senso di completamento e di raggiungimento ci esalta e ci fa stare bene, il cervello riconosce che abbiamo portato a casa un risultato, raggiunto un obiettivo, e per ricompensarti rilascia una dose di dopamina, un neurotrasmettitore responsabile di farci sentire soddisfatti e felici.

Il problema è che il cervello non è poi molto bravo a valutare qualitativamente questi risultati, e un risultato raggiunto vale l’altro.

E allora ecco che riordinare la stanza o completare un esercizio o arrivare alla fine di un capitolo o temperare tutte le tue matite o superare un livello in un giochino stupido sul cellulare sono praticamente la stessa cosa.

Non solo, ma un’altra cosa in cui non è bravo il nostro cervello è a soppesare i guadagni a breve termine e quelli a lungo termine.

Meglio un uovo oggi o una gallina domani?

Fuck yeah uovo oggi sempre e comunque! Mi ci faccio un frittatone aggressivo che Carlo Cracco spostati proprio e mi ci ingozzo come non ci fosse un domani!

 … questo è esattamente come ragiona il tuo cervello.

 

E allora ci ritroviamo a inseguire questa dose di dopamina, questa gratificazione istantanea e rapida, e a fare, a produrre, a concretizzare un’enorme quantità di output che servono a ben poco. Purtroppo, è proprio questo il problema, spesso rifiutare il semplice output come punto di riferimento significa ragionare in modo controintuitivo, opporci ai nostri istinti e anche agli standard in cui siamo immersi, significa andare a fondo quando vorremmo con tutti noi stessi rimanere in superficie.

 

Il domino dell’outcome, al contrario, è il dominio del medio e del lungo termine, è il dominio dell’impatto, è il dominio della valutazione qualitativa, è il dominio della profondità e dell’importanza.

Quanti dei compiti che hai portato a termine oggi hanno davvero fatto la differenza per te, per la persona che sei, per i risultati che vuoi raggiungere, per il tuo lavoro, per il tuo business per il tuo studio, per la tua vita personale?
Questa è una domanda molto più importante a cui rispondere, ma anche molto più difficile, perché è difficile fare valutazioni qualitative. Contare quante pagine hai girato è facile, capire quanto sia stata significativa la lettura di quelle pagine è un altro discorso.

Non solo, ma valutare a priori, prima ancora di aver compiuto quel compito, è ancora più difficile, tant’è che spesso la vera valutazione dell’outcome avviene a posteriori quando ti riguardi indietro, unisci i puntini e capisci quali eventi, quali decisioni, quali sforzi hanno prodotto i risultati più importanti e duraturi. È un po’ il discorso che faceva Steve Jobs nel suo famoso discorso a Stanford, se ci pensate, no?

 

Se è vero che è difficile, anzi difficilissimo, valutare quali azioni produrranno maggiore outcome sul lungo e lunghissimo periodo, è anche vero però che diventiamo sempre più bravi a farlo man mano che maturiamo esperienza, che ci formiamo e che impariamo anche dagli insegnamenti, dai successi e dai fallimenti nostri e degli altri con cui ci confrontiamo.

Non possiamo mai essere sicuri al 100% dell’outcome che produrrà una certa azione, non possiamo controllare l’uragano generato dal battito d’ali di una farfalla dall’altra parte del mondo, ma potete stare maledettamente sicuri che possiamo farci un’idea abbastanza precisa più in piccolo e possiamo giocare sulle probabilità.

Fra poco lo vediamo nel concreto… solo un altro piccolo punto e poi passiamo a vedere questo principio in azione con degli esempi pratici nello studio, sul lavoro e nella vita di tutti i giorni!

 

Ultimo pippone: siamo troppo legati come società all’output, alle ore di sforzo, allo stakanovismo, alla produttività superficiale e becera, valutiamo le persone da quanto producono ma facciamo fatica a misurare l’impatto che hanno.

Ecco, questo concetto va applicato nel piccolo e nel personale, nelle nostre attività, nei nostri progetti, qualunque essi siano, ma anche in grande a livello di società.

Più outcome, meno output; più impatto, meno azioni vuote quantitative.

Se vogliamo ci si può anche ricollegare il mitico principio di Pareto, la legge dell’80/20, il fatto di focalizzarsi su quella piccola percentuale di cause che produce la maggior parte delle conseguenze. È solo un altro modo per dire la stessa cosa.

Questo concetto è davvero al centro di tutto il discorso sulla produttività. Io ci ho ruotato intorno per una vita e ora ho finalmente un modello mentale chiaro per esprimerlo: è incredibile, più ci penso e più ha senso. Magari voi lo conoscevate già e vi sembrerà banale, ma per me è una vera scoperta.

Vediamo ora l’applicazione pratica!

 

 

 

NELLO STUDIO

6 esempi nello studio, di cui in modo diverso abbiamo già parlato mille volte:

  • Misurare lo studio o anche, che ne so, la stesura della tesi, in base alle ore che siete stati sui libri invece che alle conoscenze e competenze che avete sviluppato e consolidato. Diteglielo ai vostri amici o genitori la prossima volta che vi chiedono “quanto hai studiato oggi?”. La risposta è “questa domanda non ha senso, la domanda giusta è: “quanto e cosa ho imparato oggi?”.

 

  • Il testing non è altro che uno strumento di valutazione oggettiva e consolidamento che spinge sull’outcome, sull’impatto finale del vostro studio. La ripetizione e la rilettura spingono invece sull’output, su quanto tempo, quanta fatica, quante pagine;

 

  • La sottolineatura classica e passiva è uno strumento di output; l’individuazione minuziosa delle parole chiave ottenute scremando ciò che è fondamentale e che veicola contenuto informativo e ciò che non lo fa e ragionando sul testo, è strumento di outcome.

 

  • La lettura veloce, con le sue promesse pseudoscientifiche sul numero di parole al minuto, il numero di pagine all’ora lette e tutto il resto, è uno strumento di output. La lettura efficace, la schematizzazione, la riflessione e la metacognizione sono invece strumenti di outcome.

 

  • Le lezioni seguite all’università, misurate in ore e materie, rischiano di trasformarsi in semplice output. Gli appunti prodotti ascoltando, capendo, scremando, appuntando, vanno verso l’outcome della conoscenza.

 

  • Gli appunti/sbobine/schemi accumulati e raccolti da altre persone scroccando, comprando, trovando, sono output. Ciò che siete voi a rielaborare e produrre produce outcome di studio a lungo termine.

Vi ci ritrovate?

 

 

 

NEL LAVORO

Vai col lavoro:

  • Dipendenti remunerati e gratificati in base alle ore di straordinario invece che all’impatto sul progetto o sugli obiettivi aziendali o sul fatturato. Output vs outcome;

 

  • Il numero di telefonate fatte in un giorno contro il numero di clienti acquisiti o di vendite portate a casa;

 

  • La quantità di pagine scritte di getto del libro che sto scrivendo e che necessiteranno di pesanti revisioni contro le pagine scritte in modo accurato, che saranno a posto così.

 

  • Il numero di video fatti uscire su YouTube confrontato con la qualità di quei video e il modo in cui il pubblico li percepisce, li recepisce e li apprezza;

 

  • La quantità di progetti chiusi contro la magnitudo, lo spessore e l’importanza di quei progetti;

 Possiamo andare avanti all’infinito: sempre output contro outcome.

 

 

 

NELLA VITA DI TUTTI I GIORNI

E nella vita di tutti i giorni? Certo che sì!

Output è quanto tempo passi con la tua dolce metà, outcome è che tempo passi con la tua dolce metà, come ti prendi cura della coppia, cosa fate insieme, quanto questo migliora la vostra relazione.

Output è quanti giorni di vacanza, outcome è quanto sei rilassato e contento dopo le vacanze, quanto le vacanze ti hanno fatto bene, come le hai vissute.

Output è quanti viaggi all’anno, outcome è che esperienze vivi in quei viaggi.

Output è quante persone conosci, outcome è quante persone entrano a far parte della tua vita e la migliorano.

Output è quanto tempo, soldi e risorse dedichi ai tuoi hobby, outcome è l’impatto che hanno i tuoi hobby su di te, la tua psicologia, la tua felicità, la tua soddisfazione.

Output è quanta ghisa sollevi in palestra, outcome è quanti di quei sollevamenti produrranno crescita muscolare effettiva.

Output è quanto tempo libero hai, outcome è come e quanto ti riposi, quanto quel tempo libero incide positivamente sulle tue energie.

Output è leggere le notifiche sui social e scrollare come uno zombie, outcome è usare i social per informarsi o formarsi o imparare qualcosa di nuovo.

Basta, mi fermo, ci siamo capiti!

 

Output contro outcome, superficialità contro profondità, task completati contro impatto avuto.

Credo che ognuno di noi dovrebbe concentrarsi di più su questo per capire come, dove, quanto e quando indirizzare i propri sforzi, lasciando perdere tutto quel rumore di fondo che imbratta le nostre vite.

 

E quindi… niente, ho voluto condividere con voi questa mia epifania, questo momento eureka che ha cambiato il modo in cui guardo le cose quando lavoro, quando mi diverto, quando produco, quando voglio ottenere qualunque tipo di risultato.

A questo punto fatemi sapere voi cosa ne pensate, se conoscevate già questo concetto, questo modo di ragionare e se lo trovate utile… e raccontatemi le vostre esperienze di output e di outcome!


 

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