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On writing: i segreti del re della scrittura

Se esiste un Olimpo degli scrittori di narrativa contemporanei, Stephen King, il Re, siede comodamente al posto di Zeus.

Il più grande di tutti, il romanziere che ha definito generazioni di storie fantastiche e dell’orrore, l’uomo dalla fantasia oscura e inesauribile.

63 romanzi, 5 libri di saggistica e oltre 200 racconti. In 50 anni circa di attività. Fa più di un libro all’anno. E, in questa produzione sterminata, ci sono libri buoni, libri meno buoni e capolavori assoluti che hanno contribuito a scolpire l’immaginario collettivo.

Misery, Carrie, It, La zona morta e poi Il miglio verde, Insomnia, Il ciclo della Torre Nera e, naturalmente, Shining.

Ma non è di questi libri di cui voglio parlarvi oggi, ma di un’altra opera del grande scrittore. Un libricino che mi regalò un’amica ormai non so neanche più quanti anni fa, che ha avuto un impatto incredibile su di me e che è stato il frutto di un momento davvero difficile della vita del nostro autore.

Vedi, niente può mettere fermare la produzione del Re, niente tranne… l’orrenda alleanza fra il caso e la stupidità umana.

Nel 1999 King è sul bordo di una strada, sta passeggiando assorto nei suoi pensieri quando un uomo alla guida di un minivan, plurirecidivo per guida in stato di ebbrezza si distrae: il suo cane, un rottweiler, all’interno del veicolo sta facendo casino con un frigo portatile pieno di birra, l’uomo si volta verso il sedile posteriore, perde il contatto visivo con la strada, sbanda e centra in pieno lo scrittore.

L’incidente è spaventoso. La fronte completamente aperta, le costole sbriciolate, l’anca rotta, ossa rotte nelle gambe, polmoni perforati.

Il mondo intero salta un battito.

Ma il re aveva ancora troppe storie da raccontare. Non poteva morire lì. E non l’ha fatto.

Tre settimane e 5 operazioni chirurgiche dopo, King è tornato a casa. E ha ripreso a scrivere. Ma prima di poter tornare alle sue storie, alla sua fantasia, sentiva il bisogno di scrivere qualcosa di diverso.

Un anno esatto dopo l’incidente, nel 2000, esce On writing, sulla scrittura: autobiografia di un mestiere. E tieni a mente il titolo e il sottotitolo, perché sono importanti.

On writing non è un’autobiografia, non è un manuale di scrittura, non è una riflessione sulla potenza del linguaggio umano, non è una dimostrazione pratica di che cosa sia un lavoro e che cosa significhi essere un professionista in qualsiasi campo.

È tutte queste cose insieme.

Mi rifiuto di fare l’introduzione su chi sia Stephen King e perché sia così importante, mi parrebbe veramente quasi un insulto visto il personaggio di cui stiamo parlando, saltiamo direttamente al libro.

Stephen King

On writing mi è rimasto così impresso a distanza anche di quasi un decennio da quando l’ho letto che ancora ricordo interi passaggi del libro quasi a memoria.

Per scrivere questo articolo ho voluto cercare alcune frasi per essere sicuro di citarle bene ma avrei potuto tranquillamente andare col mio ricordo e avrei sbagliato di pochissimo. Tale è la forza delle parole che scrive King.

DI COSA PARLA?

Ma andiamo con ordine: di cosa parla?

On writing è diviso in 5 parti.

  • La prima è un breve resoconto della vita di King e di tutti gli eventi che hanno contribuito a renderlo l’uomo e lo scrittore che è. Lui lo chiama Curriculum Vitae. Ricordo che mi rimasero impresse le descrizioni della sua vita poverissima, il rapporto incredibile con la moglie, la sua emozione quando ricevette la telefonata che il suo primo libro aveva finalmente trovato un editore.

È una bella storia ed è tutt’altro che agiografica o celebrativa. È onesta, e per questo vale molto di più.

Voglio riportare un passaggio della parte in cui King parla del suo alcolismo e della sua dipendenza da droghe, per farti capire quanto la lucida e onestà dell’autore lo rendano una voce graffiante e impossibile da ignorare.

“Lo scrittore tossicodipendente non è nient’altro che un tossicodipendente. Sono tutti, in altre parole, comunissimi ubriaconi e drogati, la pretesa che droghe e alcool siano necessari per sopire una sensibilità più percettiva non è che la solita stronzata autogiustificativa. Hemingway e Fitzgerald non bevevano perché erano creativi, diversi, o moralmente deboli, bevevano perché questo è quello che fanno gli alcolisti. Siamo tutti uguali quando vomitiamo ai bordi di una strada”.

E come si può essere più chiari, più potenti e più diretti di così?

  • La seconda parte del libro tratta della scrittura, di cosa sia e del potere comunicativo che ha, è indimenticabile il paragone che fa King tra la scrittura e la telepatia, la capacità di trasferire il pensiero umano attraverso il tempo e lo spazio. È una prospettiva geniale e inedita.
  • La terza parte è una vera scatola degli attrezzi per aspiranti scrittori, consigli di stile, di mestiere, di sintassi, di lessico, costellati da frasi leggendarie come “la strada per l’inferno è lastricata di avverbi
  • La quarta parte forse è persino la più importante, perché parla della scrittura come mestiere ed è qui che voglio ritornare al sottotitolo “autobiografia di un mestiere”, perché quella che ci regala il re credo sia una lezione che travalica il mondo della scrittura e può essere applicata non solo a tutte le arti, ma persino a tutti i lavori e allo studio stesso. 

King è, prima di tutto, un professionista, un uomo che non scrive solo perché gli piace e ha talento nel farlo, ma perché ha il pieno controllo dell’intero processo, lo possiede, lo domina e si comporta come un lavoratore vero.

Scrive King nel libro, lapidario “Gli amatori si siedono e aspettano l’ispirazione, il resto di noi si alza e va al lavoro”.

E sempre per citare le sue parole: “Il tuo lavoro è assicurarti che la musa della poesia sappia dove ti troverai ogni giorno dalle 9 a mezzogiorno o dalle 3 alle 7. Se lo sa, ti assicuro che prima o poi comincerà a farsi vedere.

È una lezione severa, che non lascia scampo, ma fondamentale.

Non ci sono scuse, non ci sono ripensamenti, non ci sono bubbole sulla voglia, la procrastinazione, la fatica, la creatività. La domanda è solo una: sei un professionista o fai finta?

  • E poi la quinta parte è il racconto del suo terribile incidente, la storia di quell’evento che lo ha scosso e portato più vicino alla morte di quanto non sia mai stato. E di come è tornato indietro alla sua vita

COME È SCRITTO

La scrittura di King è schietta, diretta e scorrevole, il libro ti si incolla alle mani e ti costringe a finirlo, quasi come se il Re dell’orrore avesse fatto un patto col diavolo per rendere le sue frasi una trappola sovrannaturale.

Non risparmia dettagli e aneddoti personali, perle di saggezza alternate a battute, regole inflessibili che si mescolano a riflessioni profonde.

Dietro la semplicità e apparente spontaneità con cui fluiscono le frasi si nasconde una miniera d’oro dal valore inestimabile.

On writing è un libro prezioso e immancabile, non solo per chiunque voglia imparare a scrivere o sogni di diventare uno scrittore, non solo per chi ama Stephen King e i suoi libri e voglia scoprire qualcosa di più del processo che ci sta dietro e dell’autore stesso, ma per chiunque voglia confrontarsi con un uomo che è arrivato alla vetta massima di una professione, la sua professione, abbia attraversato l’inferno e ne sia uscito per darci dei consigli e, nel farlo, dirci la verità, soltanto la verità.

È ironico e sarcastico, talvolta spietato, e allora ecco che, quando si parla di talento, si permette di dire questo:

“Non ci sono cani cattivi, dice il titolo di un manuale di addestramento, ma non andate a raccontarlo al genitore di un bambino che è stato morsicato da un pitbull o da un rottweiler, perché è facile che vi spappoli il naso. E per quanto io desideri incoraggiare l’uomo o la donna che tenta per la prima volta di scrivere attivamente e seriamente, non so mentire dicendo che non ci sono i cattivi scrittori. Spiacente, ci sono un sacco di cattivi scrittori”.

Che cosa si può dire di più di questo piccolo gioiello se non compratelo, leggetelo poi rileggetelo e leggetelo ancora una volta. E regalatelo anche a qualcuno. 

Voglio chiudere l’articolo con un’altra citazione di King, bellissima, che riassume tutto il significato che ha la scrittura per lui.

“Writing is not life, but I think that sometimes it can be a way back to life.”

“Scrivere non è la vita stessa, ma penso che a volte sua un modo per tornarci, alla vita.”

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