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Annie Sullivan – La donna che ha sconfitto il buio

Vi è mai capitato di sentire delle storie che vi colpiscono così tanto nel profondo da non riuscire ad evitare di commuovervi?

La cosa incredibile di quel tipo di storie è che non importa quante volte le risentiate, non importa quanto bene le conosciate, non importa quanto machi vi crediate… continueranno sempre a farvi quello stesso effetto. A commuovervi.

Perché quando ascoltiamo una storia, anche senza che lo vogliamo, non possiamo fare a meno di tentare di sostituirci al suo protagonista, di scivolare nei suoi panni, di essere lui, o lei, almeno per un po’. E quando la vita di quel protagonista, le sue caratteristiche, le sue vicende o il suo carattere risuonano con quello che abbiamo dentro riusciamo davvero, per un istante, a vivere al suo posto.

La storia che vi voglio raccontare oggi mi fa questo effetto, ho dovuto fermarmi più volte mentre scrivevo questo articolo, lo dico onestamente: non ce la faccio a non commuovermi di fronte alla grandezza umana e intellettuale di Anne Sullivan, quella che da tanti, sicuramente da me, viene considerata la più grande insegnante della storia.

La sua vita tragica oltre ogni immaginazione, la sua caparbia determinazione, la sua irresistibile intelligenza che sgretola ogni stereotipo di genere, il suo carattere ribelle mi colpiscono come poche altre cose al mondo.

Ho già parlato di Anne, l’ho nominata, ma non le ho mai dedicato un articolo. È venuto il momento di farlo.

E allora oggi vi racconto di Anne Sullivan, dei suoi occhi, del suo tocco, della sua mente e di come, grazie ad essi, sia riuscita a sconfiggere il buio.

L’INFANZIA

Anne Sullivan nasce il 14 aprile del 1866, nella città di Agawan, in Massachussetts, Stati Uniti d’America. Curioso scoprire che il suo certificato di nascita riporta come nome di battesimo Johanna Mansfield Sullivan, ma tutti la chiameranno Anne o Annie.

La sua è una famiglia povera, di immigrati irlandesi, approdati negli States dopo la grande carestia che colpì l’isola verde tra il 1845 e il 1849. È la primogenita di Thomas e Alice, che avranno altri 4 figli, di cui due moriranno purtroppo appena nati. I fratelli di Anne che sopravvivono al parto sono Jimmie e Mary.

La vita di Anne, quando ha soli 5 anni, prende una piega terribile: contrae il Tracoma, una malattia infettiva degli occhi causata dal batterio Chlamydia trachomatis, l’infezione causa un progressivo indurimento della superficie interna delle palpebre. Col tempo, questo porta a dolori sempre crescenti, alla rottura della cornea, alla cecità.

È una malattia tipica di situazioni di povertà estrema, mancanza di igiene, ed è diffusa soprattutto tra le donne. Ancora oggi, nel 2020, ci sono circa 80 milioni di malati di Tracoma, quasi tutti in Africa, Asia e Sudamerica. Per curarla ci vogliono medicine, cure continue, la chirurgia. Ma nella seconda metà del 1800, nell’America di immigrati di seconda generazione, tutto questo è fin troppo raro.

Gli occhi di Anne cominciano a chiudersi e lei scopre il buio. Quando ha 7 anni, riesce a percepire solo delle ombre sfocate, niente di più di questo.

Un anno più tardi, quando di anni ne ha 8, sua madre Alice muore di tubercolosi.

Anne è una ragazzina dalla personalità forte, scontrosa, si racconta di discussioni furiose con il padre, Thomas, che forse alzava anche le mani su di lei e i suoi fratelli.

Quando Anne ha 10 anni quel cane di suo padre scappa e li abbandona. La sorella Mary viene forse affidata a una zia, non è chiaro, ma Anne e Jimmie vengono spediti in una sorta di ospizio, una casa sovraffollata piena di orfani, anziani senza più nessuno, disabili, malati di mente, persone in totale povertà.

Dopo solo 4 mesi nell’ospizio anche Jimmie si ammala di tubercolosi e muore.

Anne rimane da sola.

All’ospizio in qualche modo riesce ad ottenere di sottoporsi a due operazioni chirurgiche per gli occhi, ma entrambe falliscono.

Anne è sveglia, caparbia, si distingue nonostante le sue condizioni tanto difficili. Nel 1877 viene spostata in un’altra struttura, un ospedale di carità, anche perché l’ospizio è sotto indagine: si racconta di episodi di violenze e abusi di ogni tipo sugli ospiti della struttura. All’ospedale di carità Anne viene operata ancora, ancora un altro insuccesso.

Anne non sta ferma un minuto: si dà da fare, aiuta le suore, svolge compiti nella comunità, dà una mano ai malati.

Tornerà poi all’ospizio, ma stavolta la metteranno nella sezione dedicata alle giovani donne in situazioni di difficoltà.

Anne non è in grado di leggere, di scrivere né di compiere lavori manuali particolarmente complessi, ma trova nel marasma di poveracci ai margini della società che vivono insieme a lei qualcuno che le racconta di scuole fatte apposta per i non vedenti. E quell’idea, quella prospettiva, cambia tutto.

Anne non vede, ma può immaginare, può sperare, può pianificare, può aspettare la sua occasione. E tenersi pronta per quando arriverà.

Durante un’ispezione da parte di Franklin Benjamin Sanborn, l’uomo che dirigeva l’indagine sugli abusi nell’ospizio di cui vi ho raccontato un minuto fa, Anne gli corre dietro per tutto il giorno, gli si para davanti e lo implora di aiutarla a farsi ammettere a una scuola per non vedenti.

Lei capisce intuitivamente che la sua speranza di elevarsi dalla sua condizione risiede nello studio, nella cultura, nella formazione.

E adesso che ha afferrato la sua chance, non può permettersi di mollarla. Insiste. Insiste. Insiste. Insiste ancora.

Qualche mese più tardi, la sua richiesta viene accettata.

FORMAZIONE

Il 7 ottobre del 1880, a 14 anni, Anne inizia i suoi studi alla scuola Perkins per non vedenti di Boston. Il primo anno è duro, durissimo: Anne Sullivan è ignorante, molto di più di quanto non lo siano i suoi compagni, del resto non è mai stata a scuola… le è difficile integrarsi, non conosce le buone maniere, è irriverente e fatica ad accettare le regole e l’autorità.

Riesce comunque a costruire un bel rapporto con alcuni insegnanti e diventa amica di Laura Bridgman, altro personaggio fantastico di cui però non mi metto a parlare sennò l’articolo viene troppo lungo, che le insegna l’alfabeto manuale, la base per comunicare anche con le persone sorde.

Annie Sullivan

E questo tenetelo a mente, perché sarà importante verso la fine della nostra storia.

Anne studia, migliora e crea casini su casini alla Perkins per il suo caratteraccio e la brutta abitudine di dire quello che pensa senza filtri e senza remore. Ma un po’ alla volta, anche grazie alla sua personalità così forte, così diversa da quella delle signorine dell’epoca, conquista tutti.

Sei anni più tardi, nel 1886, si diploma e viene scelta per rappresentare la sua classe e tenere un discorso ai suoi compagni.

Pronuncia queste parole:

“Compagni diplomati: il dovere ci obbliga a ricercare una vita attiva. Facciamolo con allegria, con speranza, con serietà, e poniamoci come obiettivo di trovare il nostro scopo personale. Quando lo abbiamo trovato, eseguiamolo con volontà e fede, perché ogni ostacolo che superiamo, ogni successo che raggiungiamo ci porta più vicini a Dio e rende la vita più simile a come lui la avrebbe voluta”.

E già questa, sarebbe una degna conclusione della nostra storia, una storia di redenzione, di studio, di volontà.

Ma Anne non aveva finito. Se questa fosse una serie TV, qui finirebbe la prima stagione. Ma la seconda stagione è ancora più incredibile.

HELEN KELLER

Nel 1887, un anno dopo il discorso di Anne, il direttore della scuola Perkins viene contattato da Arthur Keller, un uomo ricco del sud che cerca un’insegnante per sua figlia Helen, di sette anni, completamente cieca e completamente sorda fin dalla nascita.

Helen Keller vive da sempre nel buio e fino a quel momento, nessun tutore è riuscito ad insegnarle a comunicare.

Il direttore della Perkins non ha alcun dubbio su a chi affidare questo compito.

Me lo immagino con un sorrisetto mentre pensa “se c’è qualcuno che può vincere questa sfida, è quella sfacciata di Anne Sullivan”.

E così Anne si trasferisce in Alabama, a casa dei Keller e, ovviamente, la prima cosa che fa è mettersi a litigare sul fatto che prima della guerra civile questi avessero avuto degli schiavi a lavorare nei loro campi. Ad Anne il razzismo non piace neanche un po’, e ovviamente non si fa problemi a sbattere la cosa in faccia ai suoi nuovi datori di lavoro.

Con Helen le cose sembrano partire alla grande: la bambina connette con la ventenne immediatamente. Sembra che si capiscano.

Anne è un carroarmato di insegnante, così come era stata un carroarmato di studentessa e mette giù un piano di battaglia per Helen che consiste nello spararle addosso nuove parole da imparare ogni giorno, una dietro l’altra, in ordine di importanza e di frequenza d’uso.

Studio, studio, studio, studio sistematico e “cattivo”. Lo studio di qualcuno che ha fame di imparare ed è pronta a tutto. Lo studio di Anne.

C’è solo un problema: il piano non funziona. Helen non risponde ai ritmi serrati a cui è abituata la sua nuova insegnante. È distante, disinteressata, persa nel suo mondo buio e silenzioso.

LA SFIDA

Ed è questo il momento della nostra storia in cui Anne si trova di fronte a una scelta.

Può mollare, come qualunque altro insegnante avrebbe fatto, e rimanere “soltanto” una ragazza quasi cieca con una storia incredibile alle spalle. O può stravolgere le sue idee, i suoi modi, le sue abitudini e inventarsi una soluzione.

A questo punto dovreste averlo capito: Anne non sa cosa significhi mollare, e trova dentro di sé due idee.

La prima le viene in mente ripensando alla sua vecchia amica Laura, che le aveva insegnato l’alfabeto manuale per comunicare coi sordi, ve la ricordate?

Helen non può vedere il linguaggio dei segni, ovviamente, ma può, forse, percepirlo.

Anne prende la mano di Helen e la aiuta a comporre i gesti per la parola “water”, acqua. E poi rovescia sulla mano della ragazzina un bicchiere di acqua.

Helen capisce, associa, la sua mente crea un link istantaneo fra il concetto di acqua, il segno per indicare l’acqua e l’acqua stessa. Significato, significante, referente, per dirlo con il triangolo semiotico di Saussure.

Nella sua autobiografia “La storia della mia vita”, Helen descriverà così quell’istante:

“Rimasi immobile, la mia intera attenzione fissa sui movimenti delle sue dita. Improvvisamente sentii una coscienza sfocata, come di qualcosa di dimenticato e poi il brivido di un pensiero che ritorna. E in qualche modo il mistero del linguaggio mi fu rivelato. E allora capii che w-a-t-e-r significava quella cosa meravigliosa e fresca che scorreva sopra la mia mano. La parola vivente svegliò la mia anima, le diede luce, speranza. La rese libera.”

La seconda idea di Anne è quella che oggi può apparire persino scontata, banale, evidente, ma che per l’epoca era del tutto sconosciuta, rivoluzionaria persino: invece che insegnare alla sua alunna le parole in base alla frequenza d’uso, farla divertire, sfruttare i suoi interessi.

Helen sfinisce Anne, vuole conoscere il nome di tutti gli oggetti che si ritrova tra le mani. È impaziente, instancabile, felice.

Sei mesi più tardi, Helen Keller possiede un vocabolario di quasi 600 parole, più che sufficienti per comunicare, ha imparato a leggere il Braille e conosce le tabelline di moltiplicazione.

Anne a questo punto insiste con i genitori per poter trasferire la ragazzina alla Perkins, dove avrebbe potuto seguirla in modo più attenzione e più risorse.

Insiste, come solo Anne sa fare e, come sempre, la spunta. Nel 1988 si trasferiscono entrambe alla Perkins.

I SUCCESSI DI HELEN

Helen diventa presto il simbolo della scuola, i suoi progressi sono incredibili, grazie alla sua fama arrivano fondi e donazioni che consentono alla Perkins di diventare la più importante scuola per non vedenti in tutta l’America.

Purtroppo, non è tutto roseo e felice. Le malelingue accusano Anne di aver plagiato la ragazzina e questo la addolora tantissimo.

Anne e Helen lasceranno la Perkins nel 1894 e non vi torneranno mai più, si trasferiranno a New York, e poi in Massacchussets. Helen entrerà a Cambridge e poi a Harvard.

Nel 1904, all’età di 24 anni, Helen Keller diventa la prima persona sordo-cieca della storia a laurearsi.

Non le basta, diventa un’attivista politica, una scrittrice, impara a parlare nonostante non possa sentire le sue parole, impara a comunicare nella lingua dei segni nonostante non possa vedere le sue mani. Impara a leggere i movimenti delle labbra altrui e ad apprezzare la musica attraverso le vibrazioni con il suo senso del tatto ipersviluppato.

Tiene lezioni, discorsi, persino speech motivazionali insieme ad Anne per guadagnare denaro in un momento di difficoltà economica.

Si batte per i diritti delle persone con disabilità, diventa una suffragetta, una pacifista, supporta la causa per la contraccezione e alza la voce nei confronti delle discriminazioni verso le persone di colore. Pubblica 12 libri e numerosi articoli.

GLI ULTIMI ANNI

In tutto questo, alle sue spalle, rimane sempre Anne, l’insegnante, l’esempio, la mentore, l’amica di una vita, che rimane accanto lei per 49 anni, vivendo anche insieme.

Anne si sposa nel maggio del 1905 con il critico letterario e professore di Harvard John Albert Macy, ma il matrimonio si deteriora presto, forse anche a causa dell’ossessione di Anne per gli studi di Helen. Sembra aver proiettato tutta la sua ambizione e la sua caparbietà su quella ragazzina e non pensa ad altro che a farle raggiungere il suo pieno potenziale.

Nell’ottobre del 1936, a 70 anni, Anne, ormai completamente cieca e con dolori cronici sempre più lancinanti, soffre di una trombosi coronaria, cade in coma e cinque giorni più tardi muore nella sua casa di Forest Hills, a New York.

Al momento della sua morte, Helen Keller la stava tenendo per mano.

Le sue ceneri vengono deposte nella cattedrale nazionale di Washington, la prima donna a ricevere un tale onore.

Al suo funerale, il vescovo James Freeman la ricorda così: 

“il tocco della sua mano ha fatto di più che illuminare il cammino di una mente oscurata. Ha letteralmente emancipato la sua anima”.

Helen Keller di lei dirà: 

“E’ stata per natura un’innovatrice, un’apripista, una pellegrina della vita intera”.

Helen chiederà di esserle seppellita accanto. E sarà così, nel 1968, poco dopo il suo ottantottesimo compleanno. Sono ancora lì, vicine.

Anne Sullivan per me rappresenta l’essenza di che cosa sia, di che cosa dovrebbe essere un insegnante, qualcuno capace di cambiare sé stesso, di mettersi in discussione, di mettersi al servizio del proprio alunno, di aprirgli la strada per permetterli di sbocciare davvero.

Ha rifiutato di essere inquadrata in una vita che non voleva, ha superato i limiti della povertà, della classe sociale, del genere, della disabilità, persino dell’educazione, per prendersi ciò che le spettava, ciò che voleva. E ha regalato questa stessa possibilità a qualcun altro, che ha raggiunto vette persino più alte della sua.

Anne, con la sua mente, i suoi occhi e il suo tocco, è stata forse davvero la più grande insegnante della storia, ha lottato da sola contro il buio, quello della miseria, quello della cecità, quello dell’ignoranza. E ha vinto.

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Alessandro de Concini