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Come gestire il fallimento nello studio

Il fatto è questo: che vogliamo ammetterlo oppure no, a tutti noi piace vincere. Quando vinciamo tutto è divertente, tutto è motivante, tutto è sopportabile. Nello sport, nel gioco, nel lavoro e sì, anche nello studio.

Quando maciniamo esami su esami senza sosta, con voti soddisfacenti, i nostri genitori orgogliosi e i compagni che ci chiedono come facciamo ad essere così sul pezzo, l’università e la scuola sono un’oasi di pace.

La nostra autostima sale, recuperiamo energia velocemente, siamo di buon umore e tutto questo ci aiuta a studiare meglio e a continuare con lo stesso ritmo. E questo nel tempo ci porterà a mantenere ottimi risultati e gli ottimi risultati ci porteranno altra soddisfazione e via così in un meraviglioso circolo virtuoso.

Tutto fantastico, finché qualcosa non si inceppa. Finché la stanchezza non è diventata troppa e cominciamo ad accumulare ritardo, finché il nostro metodo di studio diventa inadeguato, finché non cominciamo a infilare un fallimento dietro l’altro.

E allora lì il castello di carte crolla su sé stesso. Ci piace vincere, ma perdere fa schifo.

È proprio quando tutto sta andando male che entrano in gioco la percezione e la strategia, è nella gestione del fallimento che si forgia uno studente pronto a superare qualunque ostacolo.

Ci viene in aiuto la scienza.

L’idea e il contenuto di questo articolo nascono da una serie di lavori di Bernard Weiner negli anni ‘80, di cui ti lascio in fondo i riferimenti bibliografici, e da un libro fenomenale, “How learning happens”, che raccoglie alcuni dei lavori scientifici più importanti degli ultimi 50 anni nel campo della psicologia dell’apprendimento e dell’istruzione.

Cominciamo!

LA TEORIA DELL’ATTRIBUZIONE

Dunque, per capire come gestire al meglio il fallimento e massimizzare le possibilità che non succeda di nuovo, dobbiamo fare un passo indietro e partire da come noi ci rapportiamo ad esso.

Il lavoro di Weiner che citavo prima parte dal riconoscimento di un pattern normalissimo nel mondo degli studenti ma anche degli sportivi: di fronte a un fallimento, c’è chi attribuisce le cause di quel fallimento all’interno di sé e chi all’esterno, chi dà la colpa all’arbitro o al professore o ala propria mancanza di preparazione, chi si focalizza su ciò che può controllare e chi su ciò che non può controllare.

Bene, Weiner si rende conto che a seconda di questa attribuzione di causalità, di responsabilità, i comportamenti degli studenti (e degli atleti) prima, durante e dopo quel fallimento e di fronte alla prospettiva di sfide future, cambia radicalmente.

Questa è la cosiddetta “teoria dell’attribuzione”: l’idea che le cause attribuite e percepite di fronte a un fallimento influenzino i comportamenti futuri, la motivazione intrinseca, l’impegno.

Non solo, salta fuori che le cause percepite contano molto di più di quelle reali. Non importa se hai fallito l’esame perché avevi studiato poco, se ti convinci che hai fallito perché il professore ti odia quella diventerà la tua realtà e sarà quella causa percepita a darti il frame di riferimento per i comportamenti futuri.

Fin qui ci siamo?

GLI ELEMENTI DA CONSIDERARE

Perfetto. A questo punto dobbiamo preoccuparci di classificare le diverse tipologie di cause che portano a un fallimento.

Ti risparmio il pippone scientifico che sennò lo so che scappi dall’articolo e non arrivi fino alla fine.

Ci sono 3 dimensioni da considerare quando parliamo di cause di un fallimento:

  • Il luogo della causa (interno o esterno a noi)
  • La stabilità della causa (stabile o instabile nel tempo e nelle varie situazioni)
  • La controllabilità della causa (controllabile o incontrollabile, e questo si spiega da solo)

Dall’incrocio delle 3 dimensioni salta fuori una tabella come questa:

gestire fallimento studio

L’impegno è sempre interno e controllabile, ma è anche instabile, perché di volta in volta, di esame in esame, può variare.
Come vedi il metodo di studio è una causa interna, perché è il modo in cui noi ci rapportiamo a ciò che studiamo, è stabile perché tendenzialmente applichiamo sempre lo stesso metodo (anche se esistono eccezioni), ed è controllabile, perché dipende da noi. 

L’abilità o talento innato è interno, stabile e incontrollabile, l’umore è interno, incontrollabile e instabile, la fortuna all’esame è esterna, incontrollabile e instabile e via così, ci siamo capiti, ti ho messo un esempio principale per ogni tipologia, anche se se ne potrebbero individuare anche altri.

Dopo l’iniziale giramento di balle, che è inevitabile di fronte a un esame bocciato o un’interrogazione andata male o un concorso fallito, attribuire al fallimento alcune di queste cause porta a risultati migliori di altri.

In particolare: attribuire il fallimento alle cause controllabili porta a valutare nuove strategie, a rimboccarsi le maniche, ad analizzare nel dettaglio cosa è andato storto e affrontarlo, a cercare nuovi materiali da cui studiare, a cambiare luogo di studio o atmosfera, a curare il rapporto con l’insegnante e con i propri compagni… ad agire, insomma.

gestire fallimento studio

Non è una gran buona cosa, purtroppo…
Attribuire il fallimento a cause incontrollabili e instabili, porta spesso a lamentarsi, ad arrabbiarsi, a sviluppare frustrazione, e questo ammazza la motivazione, perché ci si convince che è tutto in mano al destino, a una divinità capricciosa o a quel lunatico del professore.

Ma il vero disastro arriva attribuendo le responsabilità a cause incontrollabili e stabili nel tempo, immutabili, definitive. La propria mancanza di abilità, la propria intelligenza, l’esame che è troppo difficile, la materia per cui non siamo portati, gli orali che ci bloccano o gli scritti in cui siamo sempre andati male perché non sappiamo scrivere… una condanna a morte.

Se prima ciò che emergeva era la frustrazione, la rabbia, l’insofferenza, qui è dove saltano fuori la rassegnazione, la sconfitta esistenziale, l’auto-sabotaggio, la morte della fiducia in sé stessi, la disperazione.

Penso che tu che stai leggendo questo articolo faccia fatica ad immaginarti quanti studenti mi scrivono devastati dall’idea di non essere all’altezza, di non potercela fare, di non avere speranze, di “essere fatti così”…

COME FARE NEL CONCRETO?

Quindi è chiaro che, a prescindere dalla realtà di come sono andate le cose, dobbiamo focalizzarci su quello che possiamo controllare, dobbiamo attribuire le cause del nostro fallimento ad elementi controllabili.

Farlo, ci permetterà di agire per migliorare e minimizzare in futuro la possibilità di fallire ancora, disinnescare il circolo vizioso prima che sia troppo tardi o interromperlo e ripartire sulla strada giusta.

Magari davvero è stata solo sfortuna, magari davvero il professore ti odia ma non ha importanza, più senti di non avere controllo sul tuo risultato e più è probabile che risponderai negativamente, ti demoralizzerai e non ti darai da fare per evitare il prossimo fallimento. Devi reclamare il dominio del tuo fallimento.

Del resto, lo abbiamo detto prima: la nostra percezione delle cause vale di più, molto di più, persino della realtà stessa. Ne avevamo parlato anche in un altro articolo in cui ci eravamo concentrati sulla stessa tematica ma da un punto di vista diverso, quello della colpa, del merito e della responsabilità. Vai a recuperarlo appena abbiamo finito qui!

Ma, arrivati a questo punto, siamo al nodo cruciale. Come fare? Come fare ad hackerare la nostra percezione e concentrarci sulle giuste cause, senza cadere nelle trappole della nostra mente?

Bè, prima di tutto classificando tutte le cause che ci vengono in mente con la tabella che ti ho fatto vedere, che dovrebbe diventare uno strumento nella tua cassetta degli attrezzi di studente.

E in secondo luogo… facendoci le giuste domande.

Ne ho preparate 10. 5 vengono direttamente dal lavoro di Weiner, le altre cinque ce le ho aggiunte io, perché mi sentivo particolarmente generoso. Carta e penna e segnatele. Pronto? Quando fallisci un esame, un test, una verifica, una interrogazione, un concorso, domandati:

  • Che cosa è accaduto durante il test?
  • Come mi sono sentito riguardo al fallimento? (questa Weiner la definisce “l’emozione primitiva”, non che cambi qualcosa, ma mi sembrava interessante dirtelo, suona bene)
  • Il fallimento ha a che fare con me o con qualcosa di esterno a me?
  • Questa causa è fissa o si può modificare?
  • Posso cambiarla? E come?
  • Come posso diminuire le probabilità che il fallimento accada di nuovo?
  • Come posso migliorare la mia preparazione?
  • Come posso migliorare il mio approccio allo studio?
  • Cosa potrei fare per aumentare la soddisfazione mentre studio?
  • A chi posso chiedere una mano?

Eccole qua, 10 domande, una tabella, la teoria dell’attribuzione metaforicamente sotto-braccio e via, sei pronto ad affrontare il tuo fallimento passato e ad evitare il fallimento futuro.

Fammi sapere che cosa ne pensi, se ti è mai capitato di attribuire le cause sbagliate al tuo fallimento e che conseguenze ha avuto tutto questo su di te, e se poi vuoi assicurarti che almeno la causa interna controllabile e stabile del tuo metodo di studio sia a prova di bomba beh, ti aspetto in Sistema ADC, il mio corso e community.

FONTI PER CHI VOLESSE APPROFONDIRE

  • Weiner, B. (1979). A theory of motivation for some classroom experiences. Journal of educational psychology, 71, 3-25.
  • Weiner, B. (1980). Human motivation. New York, NY: Holt, Rinehart & Winston.
  • Weiner, B. (1985). An attributional theory of achievement motivation and emotion. Psychological review, 92(4), 548-573.
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Alessandro de Concini