A volte, un’idea semplice può cambiare completamente il nostro modo di vedere le cose. Quella che vogliamo condividere oggi è una distinzione tanto intuitiva quanto potente, che può trasformare il modo in cui concepiamo la produttività: stiamo parlando della distinzione tra output e outcome.
Ci è capitato di riflettere su questo concetto grazie a uno scambio di idee illuminante. Il principio è emerso quasi per caso, ma ci ha colpiti profondamente, tanto da spingerci a ragionare sull’efficacia delle nostre azioni quotidiane.
COSA SIGNIFICANO OUTPUT E OUTCOME
Nel mondo del lavoro, così come nello studio o nella vita privata, abbiamo l’abitudine di misurare la produttività sulla base di quanto facciamo: il numero di compiti portati a termine, le ore lavorate, le attività svolte. Questo è ciò che si definisce output. Ma fare molto non significa necessariamente ottenere risultati di valore.
Ecco allora l’importanza dell’outcome: l’impatto reale e duraturo delle nostre azioni. In altre parole, l’outcome misura ciò che cambia davvero intorno a noi in seguito a quello che decidiamo di fare.
Ragionare su questo concetto ci spinge a porci domande scomode, come: il nostro contributo ha prodotto un miglioramento tangibile? Ci sono stati cambiamenti concreti a seguito delle nostre azioni? Abbiamo prodotto un risultato significativo?
Joshua Seiden ne parla in Outcomes over output, un libro focalizzato sull’aspetto manageriale di questi concetti, ma che può aiutare ad assumere una prospettiva nuova anche nella quotidianità.

UNA DIFFERENZA CRUCIALE PER LA PRODUTTIVITÀ
In base a quello che abbiamo visto finora, potremmo dire che l’output è la misura superficiale della produttività, sono le ore che passi al lavoro o a studiare, è il numero di attività che svolgi durante il giorno. In sostanza, l’output è il frutto a breve termine del tuo sforzo.
Concentrarsi solo su questo aspetto può portarci a vivere in una frenesia di liste da spuntare, dandoci la sensazione di avere sempre molto da fare, senza però mai fare davvero progressi.
E si tratta anche di una modalità gratificante di procedere: il nostro cervello, infatti, tende a premiare le azioni completate con una piccola dose di dopamina: sentiamo di aver aumentato la nostra produttività, anche quando stiamo solo completando micro-task di basso impatto.
È un’illusione pericolosa che si collega anche al concetto dello pseudolavoro, cioè l’insieme di quelle attività che ti soddisfano, ti impegnano, ma in realtà non contribuiscono minimamente al tuo successo nel campo in cui le stai applicando.
E allora ecco che riordinare la stanza o completare un esercizio o arrivare alla fine di un capitolo o temperare tutte le tue matite o superare un livello in un giochino stupido sul cellulare sono praticamente la stessa cosa.
L’outcome, al contrario, ci costringe a porci domande più profonde: sto solo riempiendo il mio tempo o lo sto usando in modo strategico? Quale risultato sto cercando davvero? Questa azione contribuisce a un obiettivo di lungo termine?
Queste sono domande importanti a cui rispondere, ma anche molto complesse, perché è difficile fare valutazioni qualitative. Contare quante pagine hai girato è facile, capire quanto sia stata significativa la lettura di quelle pagine è un altro discorso.
Ecco perché la vera valutazione dell’outcome avviene a posteriori quando ti riguardi indietro, unisci i puntini e capisci quali eventi, quali decisioni, quali sforzi hanno prodotto i risultati più importanti e duraturi. È un po’ il discorso che faceva Steve Jobs nel suo famoso discorso a Stanford, se ci pensi.
Se è vero che è difficile, anzi difficilissimo, valutare quali azioni produrranno maggiore outcome sul lungo e lunghissimo periodo, è anche vero però che diventiamo sempre più agili a farlo man mano che maturiamo esperienza, che ci formiamo e che impariamo dagli insegnamenti, dai successi e dai fallimenti nostri e delle altre persone con cui ci confrontiamo.
Certo, non possiamo mai avere certezza dell’outcome che produrrà una certa azione, non possiamo controllare l’uragano generato dal battito d’ali di una farfalla dall’altra parte del mondo, ma possiamo farci un’idea abbastanza precisa più in piccolo e possiamo giocare sulle probabilità.
COME VALUTARE L’OUTCOME
Ma che vuol dire tutto questo nel concreto? Come puoi iniziare a mettere sulla bilancia output e outcome, valutando in maniera più concreta le tue singole azioni di ogni giorni?
Ecco alcuni esempi che ci aiutano ad applicare questo principio nei vari ambiti della tua vita. Cominciamo dallo studio.
PRODUTTIVITÀ NELLO STUDIO
Spesso abbiamo la tentazione di misurare lo studio in base alle ore che passiamo sui libri, senza riflettere abbastanza su conoscenze e competenze acquisite. Per dare peso ai giusti parametri ti proponiamo 5 strategie.
- Non concentrarti su ripetizione e rilettura del testo, su quanto tempo ci hai messo ad arrivare alla fine del capitolo, o su quante pagine hai studiato. Concentrati invece sulla valutazione oggettiva di quello che hai imparato mettendoti alla prova con il testing.
- Non dare peso a quante sottolineature hai fatto su una pagina: pensa piuttosto a come hai sottolineato. Chiediti se hai individuato in modo preciso tutte le parole chiave che ti permettono di distinguere tutte le informazioni fondamentali all’interno del testo.
- Lascia perdere la lettura veloce, con le sue promesse pseudoscientifiche sul numero di parole o di pagine lette al minuto. Chiediti piuttosto cosa ti rimane in mente a lettura conclusa, quante informazioni hai davvero compreso, quali invece ti lasciano un senso di spaesamento che andrà poi approfondito.
- Non contare quante lezioni di uno specifico corso hai seguito e quante invece ne hai perse. Le ore di presenza a un corso non dicono assolutamente nulla di quello che hai capito: quello che conta è quanto approfonditamente hai ascoltato, scremando le informazioni rilevanti e nuove da quelle che già possedevi, producendo appunti chiari ed efficaci, riflettendo profondamente sul senso dei discorsi affrontati.
- Evita anche di accumulare appunti, sbobine, schemi e flashcard di altre persone. Prendere in prestito il lavoro altrui non ti porta da nessuna parte, se non a creare enormi pile di materiale che non ti servirà a granché. Conta solo il tuo personale modo di rielaborare e produrre, è lì che sta il valore del tuo studio.
Quindi, la prossima volta che ti chiedono “quanto hai studiato oggi?”, rispondi: “questa domanda non ha senso, la domanda giusta è: quanto e cosa ho imparato oggi?”.
PRODUTTIVITÀ NEL LAVORO
Passiamo invece all’ambito lavorativo e vediamo come distinguere tra output e outcome in contesti professionali.
- Misurare la produttività con le ore spese in straordinari è output. Valutare l’efficacia delle decisioni e l’impatto complessivo sui progetti o sugli obiettivi aziendali è outcome.
- Lavorare su mille task è output. Chiuderli in maniera scadenzata e producendo alto valore è outcome.
- Chiudere un’enorme quantità di progetti è output. Lo spessore e l’importanza di quei progetti rappresentano l’outcome.
Abbastanza chiaro, vero?
PRODUTTIVITÀ NELLA VITA DI TUTTI I GIORNI
E nella vita di tutti i giorni? Possiamo fare diversi esempi anche in questo caso.
- Output è quanto tempo passi con le persone importanti della tua vita, outcome è la qualità di quel tempo, come ti prendi cura di loro, cosa fate insieme, quanto questo migliora la vostra relazione.
- Output è quanti giorni di vacanza, outcome è quanto relax ti porti a casa dopo le vacanze, quanto ti hanno fatto bene quei giorni di svago, come li hai vissuti.
- Output è quanto tempo, soldi e risorse dedichi ai tuoi hobby, outcome è l’impatto che hanno quegli hobby su di te, sulla tua felicità e la tua soddisfazione.
- Output è quanti giorni alla settimana vai in palestra, outcome è quanti di quegli allenamenti produrranno crescita muscolare, ricomposizione corporea e generale benessere fisico.
- Output è quanto tempo libero hai, outcome è come e quanto ti riposi, quanto quel tempo libero incide positivamente sulle tue energie.
UN CAMBIO DI PROSPETTIVA
Tutto questo ci spinge a riflettere su quanto la società in cui viviamo premi i numeri, descrivendo la produttività come un conteggio sterile delle ore di sforzo, di progetti conclusi, di prodotti finiti. Una società che troppo spesso elogia l’affanno.
Il vero salto di qualità, però, si fa quando iniziamo a chiederci non solo quanto facciamo, ma perché e a cosa serve.
Concentrarsi sull’outcome significa mettere al centro il valore. Significa imparare a dire di no a compiti inutili per focalizzarsi invece su ciò che davvero fa la differenza.
Da dove puoi iniziare per cambiare il tuo modo di concepire la produttività?
- Fai una lista dei tuoi task quotidiani e chiediti: quali generano davvero un risultato importante?
- Prova a inserire nei tuoi obiettivi settimanali almeno un’azione ad alto impatto.
- Valuta il successo non con la quantità di cose fatte, ma con la qualità dei risultati ottenuti.
Prova a pensarci: quali azioni potresti riconsiderare oggi, alla luce di questa prospettiva?
E se ancora senti di aver bisogno di una guida che ti indichi come portare ai massimi livelli la tua produttività, puoi sempre affidarti a Progetto Pro, il percorso studiato appositamente per aiutarti prendere il controllo del tuo tempo e delle tue risorse, eliminando disorganizzazione e ostacoli personali. Ci vediamo lì?



