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Ha ancora senso andare all’università?

Ma oggi, nel 2021, con la rivoluzione digitale, le nuove professioni, YouTubeTwitch, il gaming e i ragazzini che fanno video su TikTok, ha ancora senso studiare?

Ha ancora senso iscriversi a una facoltà, sedersi giorno dopo giorno su un banco polveroso davanti a un professore e spendere anni chini sui libri fino a farsi venire la gobba?

La risposta a domande come questa non può di certo essere semplice, ma nulla ci impedirà di esplorarla insieme.

Oggi parliamo dell’università… e se abbia senso frequentarla!

Procederemo così: analizzeremo quali sono gli scopi dell’università, e vedremo quali aspetti considerare per capire quando, e perché, abbia senso farla oppure no.

Dopodiché trarremo le nostre conclusioni.

E allora non dilunghiamoci oltre, iniziamo!

LO SCOPO DELL’UNIVERSITÀ

A mio avviso, sono 4 gli scopi principali del frequentare l’università:

Scopo culturale:

Il primo è lo scopo culturale, quello più nobileambizioso e troppo spesso trascurato. È quello di voler arricchire il proprio bagaglio di conoscenze, la pura e semplice curiosità verso nuovi argomenti e informazioni interessanti, un po’ come un esploratore alla ricerca di nuove terre.

Sottolineare l’importanza della cultura è qualcosa che non mi stancherò mai di fare, la “sete di sapere” è qualcosa che ammiro e che cerco di stimolare, nel mio piccolo, con ogni video e articolo che faccio.

Vedendola da un punto di vista più pragmatico, tra l’altro, non si può mai sapere quali conoscenze potranno tornarci utili in futuro, ed è questo uno dei punti cardine della mentalità di Steve Jobs, come ho già spiegato nel mio articolo sui “segreti di apprendimento di steve jobs”… andate a recuperarlo! 

Non puoi sapere cosa ti riserverà il futuro e quali competenze ti serviranno, quindi… spazia e poi vedrai!

Scopo lavorativo:

Il secondo scopo è quello lavorativo, quello forse più scontato, quello che preme anche di più ai genitoridei ragazzi ancora freschi di maturità che si affacciano per la prima volta al mondo universitario.

Ingegneri, medici, psicologi, giuristi, insegnanti, biologi, farmacisti… c’è una lunga lista di professioni che richiedono competenze specifiche imprescindibili e un titolo, tutte cose che senza una laurea, spesso magistrale, sono difficili da ottenere. Anzi, più che difficili da ottenere… vi sfido a farvi assumere da un ospedale dicendo di aver studiato all’università della vita!

Al di là delle professioni che richiedono necessariamente una laurea, ci sono poi le professioni in cui le competenze acquisite nel percorso di studi sono utili e richieste, sebbene non necessarie. Per dire, se per fare il medico devi necessariamente esserti laureato, per lavorare nell’informatica non è teoricamente obbligatorio, però aver studiato informatica all’università aiuta, e anche parecchio.

In aggiunta a tutto questo c’è il fatto che la laurea fa curriculum, puro e semplice.

Scopo relazionale:

Il terzo scopo è quello relazionale. Non bisogna sottovalutare il valore delle connessioni: al di là di andare a bersi la birra con i compagni di corso lamentandosi della difficoltà dell’esame, ci sono elementi importantissimi da tenere in considerazione per quanto riguarda l’aspetto “umano” dell’università.

Il confronto, l’aiuto reciproco, il sostegno nello studio e l’avere a che fare con altri studenti sono parte integrante del percorso universitario, e trovare persone con interessi comuni fa diventare ancora più stimolante l’esperienza rendendola più completa.

Per i più abili con l’aspetto sociale, poi, negli anni dell’università si consolida una rete che potrà diventare fondamentale per i progetti futuri. Pensate solo a quante startup e mega-aziende sono nate tra compagni di corso o amici conosciuti e frequentati nel periodo universitario. Facebook, per dirne una. AppleMicrosoft.

Rapportarsi con gli altri, tra l’altro, è una “soft skill” fondamentale, e l’università in generale può essere considerata un terreno di prova per formare non solo dei professionisti, ma degli individui a 360 gradi.

Crescita personale:

Ed ecco quindi che arriviamo al quarto ed ultimo scopo: quello della “crescita personale”. E no, non mi sono improvvisamente trasformato in uno scrittore di libri self-help ossessionato dal diventare “la miglioreversione di sé”, state tranquilli, il demone di Tony Robbins non mi ha ancora posseduto!

Quello di cui sto parlando è il dover fare i conti con tutti quegli aspetti slegati dal percorso universitario in sé e per sé, ovvero la capacità di organizzazione, la necessità di imparare a pianificare lo studio e tutti gli altri impegni allenando l’abilità di time management, e poi la gestione dello stress, l’abituarsi a performare sotto pressione, la pazienza da portare con la segreteria dell’università e il relatore di tesi che non risponde alle mail …

Tutte queste cose torneranno utili in futuro, a prescindere dalle scelte di vita che faremo.

Mettendo insieme questi quattro punti abbiamo il valore del percorso universitario. Questo, in altre parole, è quello che dovrebbe succedere quando si decide di iscriversi all’università … Ma è sempre così?

QUANDO HA SENSO?

Un po’ a malincuore, sono costretto a smontare il bellissimo castello di carte che avevo costruito fino ad ora e dirvi che no, non è sempre così, lo sapete voi e lo so io.

Perché per quanto possiate trovare l’università perfetta, il percorso ideale per le vostre ambizioni (e questo è tutto da dimostrare), l’altro 50% del risultato dipende da voi. Sì, perché l’atteggiamento con il quale affronterete le lezioni, gli esami, i lavori di gruppo e tutti gli altri elementi che vi verranno messi davanti sarà determinante per sfruttare al meglio le opportunità che l’università vi presenterà.

Proprio per questo è fondamentale spendere il giusto tempo per decidere quale università fare e perché. A questo argomento infatti ho dedicato un articolo apposito, dateci un’occhiata dopo aver finito di leggere questo!

L’aspetto su cui sento di dover portare di più l’attenzione è quello della responsabilità. Dev’essere chiaro, dal momento in cui prendete in considerazione la scelta universitaria, che non sarete più al liceo e che la vostra vita sarà diversa.

Diciamoci la verità: senza nulla togliere alle scuole superiori, che sono comunque impegnative, è anche vero che tra genitori e insegnanti che ci incalzano continuamente, le verifiche spezzettate durante quasi tutto l’anno (che ha i suoi pro e i suoi contro) e le continue possibilità di recupero, arrivare al diploma non richiede chissà quale presa di consapevolezza (ci si può arrivare anche a forza di calci in culo, in qualche modo).

All’università, invece, non funziona proprio così. Affrontare sei anni di medicina spinti soltanto dall’idea romanzata della figura del dottore, nata a forza di puntate di Scrubs e Grey’s Anatomy, o costringersi a dare esami su esami di ingegneria per paura di non trovare lavoro, non porta a buoni risultati.

Dovete essere armati di una motivazione intrinseca, solida, incrollabile. Bisogna rifletterci bene e con sincerità.

La scuola la dovete fare, mentre l’università scegliete ogni giorno di farla. E l’elemento della scelta responsabile è il vero punto discriminate: se sentite che i quattro punti di cui abbiamo discusso (o, diciamo, almeno tre di essi) ci sono, si applicano a voi e alla vostra situazione, alle vostre tendenze individuali, sogni, ambizioni, progetti, allora sì, vale la pena frequentare l’università, senza il minimo dubbio.

Se le cose invece stanno diversamente

QUANDO NON HA SENSO?

Facciamo un esempio: se decidiamo di seguire il nostro migliore amico che si è iscritto a biologia, ignorando il fatto che ci ricordiamo a mala pena com’è fatta una cellula eucariota, dobbiamo prepararci ad affrontare il peso delle conseguenze.

Anche nell’ipotesi in cui riusciate comunque a laurearvi, a cosa potrà mai portarvi il conseguire una laurea su una disciplina per cui non nutrite alcun interesse, che non stimola la vostra curiosità e non vi arricchiscecome persone?

Per non parlare di quegli universitari improvvisati, che pur di rimandare a oltranza l’entrata nel mondo del lavoro preferiscono iscriversi alla prima facoltà che viene loro in mente, magari usando come unico criterio il grado di difficoltà o quanti minuti di treno ci vogliono per raggiungere la sede dei corsi. In quei casi, mi dispiace dirlo, ma non si tratta altro che di un enorme pseudolavoro, una colossale perdita di tempo per sé stessi, per i genitori e anche per gli insegnanti… non ci guadagna nessuno!

E poi ci sono gli stakanovisti convinti, che pur odiando le materie che studiano non sopportano l’idea di arrendersi o di considerare altre opzioni, rischiando inevitabilmente di esaurirsi o, per dirla in un altro modo, “andare in burnout”, argomento a cui ho dedicato un articolo su come uscire dal burnout dallo studio, andate a darci un’occhiata! 

Ci sono i cocciuti, come lo ero io, che si rendono conto di aver fatto una scelta sbagliata ma non hanno il coraggio o la flessibilità mentale necessarie a cambiarla.

Non bisogna mai sottovalutare i segnali che ci manda il nostro corpo: la stanchezza cronica e l’insofferenza nei confronti dell’università possono trasformarsi in un vero e proprio “blocco” da cui non è per niente facile uscire. Anche su questo tema ho realizzato un video su come uscire dal blocco dello studente, insieme al dottor Bartolettivi invito a recuperare pure quello!

Infine, se avete un progetto imprenditoriale di cui siete convinti e a cui avete deciso di dedicare tutto il vostro impegno e dedizione, magari l’università potrebbe non essere la vostra prima scelta.

Fate molta attenzione però: non fatevi ingannare dai discorsi strampalati di alcuni guru che arrivano a definire l’università come qualcosa di completamente inutile e sorpassato… queste sono estremizzazioniche lasciano il tempo che trovano.

Se invece avete davvero delle aspirazioni che esulano dal mondo accademico o sono lontane da specifiche professioni che richiedono la laurea, come è il caso ad esempio del buon Marcello Ascani, con cui ho collaborato in un video, o di quell’altro giramondo scapestrato di Riccardo Zanetti

Allora ha senso fare altro, lasciar perdere il percorso universitario in toto e dedicarsi al vostro progetto.

Insomma, l’università non è un obbligo di legge, quindi fatela solo e quando ne siete convinti, solo se ha senso per voi. Quello che pensano gli altri non conta nulla!

Il messaggio penso sia chiaro: se abbia senso o no andare all’università non ve lo può dire un tizio come me che fa video su YouTube. Dovete scavarvi dentro e capirlo da voi, riflettendo attentamente su tutti i punti che ho menzionato finora.

Ah, e non fraintendetemi, io amo l’università, faccio questo lavoro perché credo fermamente nel valore dello studio e della cultura, quindi se chiedete a me sarò sempre a favore dell’impegnarsi per studiare. Ma questo non esclude altre opzioni come gli istituti tecnici superiori, corsi di formazione e le mille forme che l’apprendimento può prendere. Nessuno dovrebbe vivere un’esperienza universitaria infelice e misera per un obbligo imposto dall’alto o da sé stessi.

Mi piacerebbe sentire la vostra opinione in merito, ma ciò che è sicuro è che una delle mie “mission” (perdonatemi l’inglesismo) è aiutare gli studenti a viversi l’università nel modo migliore possibile, avendo soprattutto a disposizione un metodo di studio completo, affidabile ed efficiente.

E non serve neanche che vi faccia la marchetta di Sistema ADC giusto?

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Alessandro de Concini