Come STUDIA un premio NOBEL? (La tecnica di FEYNMAN)

Uncategorized Dec 16, 2019
 

Immagina di avere poco più di 20 anni ed essere appena stato ammesso a Princeton, una delle più prestigiose università del mondo, dopo aver finito il college all’MIT.

Immagina di avere attirato l’attenzione perché non ti sei limitato a passare il test di ammissione, nah, quello era troppo facile, ma hai ottenuto invece un punteggio perfetto nel test di fisica: 100%, una cosa mai successa prima, considerata impossibile, e hai portato a casa un punteggio inverosimile anche nel test di matematica. La gente parlotta di te alle tue spalle quando passi nei corridoi dell’università.

Sei abituato all’attenzione, è da quando hai imparato da solo il calcolo differenziale, la trigonometria, l’algebra avanzata che la gente parla di te. Avevi 15 anni.

Immagina di aver impressionato anche il corpo docente a tal punto che il preside di facoltà di fisica scrive lettere di nascosto ad altri membri della facoltà chiedendo di te, il nuovo arrivato, e preoccupandosi del fatto che sei ebreo… del resto è il 1939.

Immagina, adesso, di andartene sempre in giro con un quadernetto sottobraccio, sul quale pretendi di risolvere da solo tutti i problemi di fisica e matematica che ti capita di studiare, perché non sopporti che ti diano le soluzioni, vuoi arrivarci da solo. Sulla prima pagina del quadernetto hai scritto “QUADERNO DELLE COSE CHE ANCORA NON SO”.

Al primo seminario che tieni si siedono in aula Albert Einstein, Wolfgang Pauli e John Von Neumann. E ti ascoltano con attenzione.

Se sei riuscito a immaginare tutto questo bene, adesso sai cosa vuol dire essere un giovane Richard Feynman.

Il prodigio, il genio, l’uomo che ha stravolto la fisica moderna, che ha partecipato al progetto Manhattan, vinto un premio Nobel, ispirato generazioni di divulgatori scientifici con la sua passione per l’insegnamento e la comunicazione, tanto da venire definito “The Great Explainer”.

Feynman aveva un modo di pensare, di insegnare e di studiare originale, brillante, unico.

Anche nel campo dell’apprendimento efficace ha fatto la differenza, dimostrando come la comprensione abbia la priorità sulla memoria.

Oggi, in questo articolo, parliamo della tecnica di studio di Richard Feynman.

La prima volta che si descrive quella che verrà chiamata “La tecnica di Feynman” è il 1993, lo scrittore James Gleick sta scrivendo la biografia di Feynman, morto cinque anni prima, e durante le sue ricerche rimane stupito dal modo in cui il grande fisico affrontava la preparazione dei suoi esami a Princeton.

Feynman si immergeva a livello ossessivo sui problemi che stava affrontando, decostruiva e riorganizzava le sue conoscenze, riscriveva, faceva schemi e disegni, immaginava di insegnare ad altri quello che stava imparando, si metteva alla prova. Un intero universo di apprendimento che si era creato da solo. Più che un metodo, un vero e proprio modello mentale.

La tecnica di Feynman ha come scopo fondamentale la comprensione e la rielaborazione, l’approfondimento, il fare propria l’informazione davvero, sviluppando conoscenza e competenza, non limitandosi a fare i pappagalli.

Ma andiamo con ordine. La tecnica di Feynman, in realtà, è piuttosto semplice da spiegare, capire e applicare. Questi sono i passaggi.

 

STEP ZERO:

Prima di tutto Feynman, come dicevamo, tentava da solo di risolvere ogni genere di problema, non si accontentava di trovare la soluzione sul libro e impararla.

Prima ancor anche studiare, quindi, veniva il momento della sfida, del puzzle da risolvere.

Nel caso si bloccasse e non riuscisse più a procedere, Feynman sbirciava un paio di passaggi per capire quale fosse la direzione giusta da seguire, e poi tornava a darsi da fare da solo. Cito una sua frase:

“Questo è il modo in cui studio, cerco di comprendere qualcosa lavorandoci sopra, creandolo, in un certo senso. Non creandolo al 100%, ovviamente, ma partendo da un suggerimento su quale direzione prendere senza memorizzare i dettagli, scoprendoli da solo.”

Questo step zero è un invito al prendere il controllo dello studio in modo attivo, non di subirlo con semplice intento nozionistico. Feynman marcava sempre la differenza tra il sapere davvero una cosa e conoscerne soltanto il nome.

Una volta fatto questo sforzo di indagine che costituisce la base della comprensione, è il momento di passare alla tecnica vera e propria.

 

STEP 1:

Prendere un foglio e per prima cosa identificare chiaramente di cosa stiamo parlando, scrivendo un titolo preciso.

Passaggio molto semplice, come è ovvio, ma meno scontato di quello che potrebbe sembrare: Feynman sa che è molto facile perdersi quando si schematizza o si riassume, e riconosce quindi l’importanza di auto-imporsi dei limiti. Stiamo parlando di questo, non di quest’altro.

È un concetto simile a quello dell’idea centrale di Buzan per le mappe mentali o della focus question di Novak per le mappe concettuali: se non sai esattamente da dove stai partendo non sai neanche dove vorrai andare.

 

STEP 2:

Scrivere su questo foglio una spiegazione dell’argomento in questione, immaginando di dover spiegare quel concetto a qualcuno che non soltanto non sa nulla di ciò che stiamo studiando, ma non ha neanche grandi risorse intellettive e di attenzione: un bambino.

Per poter spiegare qualcosa di complesso come un concetto di fisica, di matematica, di ingegneria, ma anche di storia, di letteratura, di filosofia ad un bambino bisogna per forza di cose sfruttare un linguaggio semplice, pulito, chiaro.

Bisogna essere rapidi e sintetici e attirare l’attenzione del bambino stesso con metafore, storie, disegni, diagrammi e bisogna concretizzare il tutto con esempi.

Con questo schemetto Feynman si è vinto un nobel... e tu ti lamenti di non saper disegnare...

Questo passaggio è brutale, perché costringe lo studente a riorganizzare ciò che sa a un livello inimmaginabile. Solo l’ordine, la chiarezza e la comprensione assolute della materia consentono di raggiungere quel livello di semplicità. Nello sforzarsi di ottenere tutto questo, l’argomento si chiarisce e lo studio si consolida.

 

STEP 3:

Riguardare il tutto ed individuare le falle, gli errori, i ragionamenti inconsistenti, i passaggi ancora troppo oscuri, ritornare alla fonte (che può essere il libro, gli appunti, le slide del professore) e sistemare il tutto, riscrivendo dove necessario, aggiungendo note, integrando, modificando.

Continuare finché quella nostra spiegazione non è davvero perfetta.

 

STEP 4:

A questo punto sviluppare una storia, una narrazione di quella stessa spiegazione, impersonando davvero il professore o l’insegnante ed esercitarla, magari anche spiegando davvero qualcosa a qualcuno, mettendosi alla prova, passando all’azione.

In questo modo si ripassa, si testa, si ricorda.

 

VARIANTI

Questo è il cuore della tecnica, come vedi è davvero molto semplice, la differenza qui non la fa l’uso di chissà quali strategie complicate, bensì l’atteggiamento con il quale svolgi questi passaggi.

Si può combinare e modificare questa struttura in mille modi, io voglio segnalartene due nello specifico:

 

  • La prima variante è semplicemente la versione “orale”, senza mettersi a scrivere ma provando a raccontare e spiegare ad alta voce, si può farlo anche con una persona che ci ascolta, davanti allo specchio o registrandosi con una telecamera ed è quasi altrettanto efficace;

 

 

  • E infine c’è la sostituzione dello stile discorsivo e riassuntivo sfruttato da Feynman stesso con la schematizzazione, ancora più sintetica ed efficace. Perché questa variante possa funzionare però è assolutamente necessario che comunque tu ti immagini il discorso che faresti, perché parte dell’efficacia della tecnica di Feynman è proprio nel superamento della difficoltà comunicativa.

 

PRO E CONTRO       

Bene, detto tutto questo, cosa ne penso di questa tecnica? Ha senso inserirla nel proprio metodo di studio?

Partiamo col dire che, a mio modo di vedere, la tecnica di Feynman resta forse il singolo strumento più potente ed efficace di comprensione e rielaborazione mai pensato. Non ha paragoni in termini di efficacia, inutile che ce la raccontiamo.

Tuttavia, io non la consiglio come metodo base da usare nello studio di tutti i giorni, per via della sua lentezza. Eh già, purtroppo la tecnica di Feynman è lenta, lenta, lenta, quantomeno se non hai il cervello di un fisico rivoluzionario, e diventa quindi del tutto improponibile sfruttarla sull’intero programma di un esame.

Semplicemente, non ce la si fa, come già raccontavo in questo articolo sulla sfida di Scott Young.

E allora, a mio modo di vedere la tecnica di Feynman va sfruttata nel tuo metodo di studio in due modi differenti:

 

  • Per prima cosa come “arma segreta”, “extrema ratio”, strumento da sfoderare solo quando vi scontrate con un singolo argomento dalla difficoltà devastante. Quando ti blocchi, non capisci, non riesci più ad andare avanti, quando tutto il resto sembra fallire, allora è il momento di ricorrere alla tecnica di Feynman in tutta la sua potenza e lentezza;

 

  • In secondo luogo, la devi interpretare come un atteggiamento da fare tuo col quale guardare l’intero processo di apprendimento. Un atteggiamento composto di curiosità, ricerca, voglia di risolvere i problemi in prima persona rifiutando la pappa pronta, semplificazione, sintesi.

 

Insomma, fatti contagiare dallo spirito di quel burlone di Richard Feynman (che era noto qualche volta anche per fare scherzi piuttosto antipatici e per non essere un tipetto facile) e prova invece ad emularlo in tutti gli step che ti ho descritto solo quando è strettamente necessario.

 

E adesso, visto che la spiegazione è venuta abbastanza breve (sono molto fiero di me per questo) e visto che l'articolo che ho fatto qualche settimana fa su Bruce Lee, pieno zeppo di citazioni, è andato benissimo, ho deciso che ti sparerò una carrellata di pensieri intelligenti sull’apprendimento direttamente dalla penna e dalla voce di Richard Feynman…

A presto.

CITAZIONI:

“La persona che dice di sapere cosa pensa ma non è in grado di esprimerlo, generalmente non sa davvero cosa pensa.”

 

“Il vero problema della comunicazione verbale non è la precisione del lessico. Il problema è la chiarezza del lessico. Il desiderio deve essere quello di comunicare l’idea chiaramente all’altra persona.”

“Ciò che non posso creare, io non lo capisco.”

 

“Sappi come risolvere ogni problema che è stato risolto.”

 

“Dobbiamo senza dubbio lasciare spazio per il dubbio, altrimenti non c’è progresso e non c’è apprendimento. Non si può imparare senza porre domande. E una domanda presuppone un dubbio. Le persone cercano certezze, ma non esiste la certezza.”

 

“Quello che può essere capito da un tizio, può essere capito anche da un altro tizio.”

 

“Se continui a dimostrare cose che altri hanno fatto, acquisendo sicurezza, aumentando la complessità delle tue soluzioni, solo per divertimento, poi un giorno ti guarderai indietro e scoprirai che hai dimostrato qualcosa che non aveva dimostrato nessun altro.”

 

“Non so niente, ma so che qualsiasi cosa è interessante se vai abbastanza a fondo.”

 

“Non capisco quale sia il problema con la gente: non imparano capendo, imparano in altri modi, ripetendo o roba del genere. La loro conoscenza è così fragile!”

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