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I 6 motivi per cui non conosci un buon metodo di studio

Qualche tempo fa raccontavo del mio lavoro, di quello che faccio sui social, dei miei corsi e tutto il resto a una persona conosciuta da poco, che a un certo punto mi ferma e mi fa: “ma secondo te, perché così tante persone hanno bisogno di imparare da te un metodo di studio?”

Al che ho risposto come se la domanda fosse ovvia, con qualcosa del tipo: “beh, perché non possiedono un metodo di studio efficace ed efficiente e si trovano in difficoltà a scuola, all’università, per passare concorsi o nella formazione lavorativa.”

Ma lui ha insistito: “sì, ma, perché? Perché non conoscono un buon metodo di studio? Perché non lo hanno imparato prima?”

E questa, in realtà, è una domanda molto più profonda di quello che sembra. Perché sì, possiamo alzare le spalle e scaricare tutta la colpa sulla scuola ad esempio, che non insegna il metodo, ma sarebbe una banalizzazione.

È una questione complessa e stratificata e io credo che sia fondamentale affrontarla.

E allora oggi, in questo articolo, scopriamo il motivo, anzi i motivi, per i quali non hai mai imparato un buon metodo di studio.

Oltre che dalla conversazione con quella persona, che non nomino perché non so se lo gradisca, questo articolo è stato anche ispirato da un libro che ho finito di leggere da poco, consigliatomi da Marco Liquori su Facebook (a proposito Marco, grazie mille), che è già salito ai primi posti dei miei libri preferiti di sempre sul tema dell’apprendimento efficace: “Understanding how we learn”, capire come impariamo, che ha anche tutta una parte dedicata proprio al rapporto che c’è tra la ricerca sull’apprendimento e la pratica degli insegnanti e degli studenti.

Un libro fenomenale, consigliatissimo.

In ogni caso, ho individuato 6 grandi problemi che, messi insieme, portano alla triste realtà del fatto che gli studenti sono, purtroppo, sprovvisti in gran parte di un vero metodo di studio:

  • il problema della comunicazione fra scienza e mondo didattico
  • il problema delle evidenze scientifiche
  • il problema della struttura stessa dell’istruzione
  • il problema degli insegnanti
  • il problema dell’intuizione personale
  • e, infine, il problema della disinformazione 

Vediamoli uno alla volta!

IL PROBLEMA DELLA COMUNICAZIONE FRA SCIENZA E MONDO DIDATTICO

Partiamo dal presupposto che, purtroppo, non è affatto detto che gli scienziati siano anche dei comunicatori e dei divulgatori.

Anzi, per quanto la cosa con gli anni stia evolvendo e cambiando, c’è ancora una forte resistenza del mondo scientifico alla divulgazione pura, c’è ancora lo stigma della “banalizzazione”, dell’abbassare le scoperte e le ricerche al popolino. Un atteggiamento ottuso, elitista e miope, per quanto mi riguarda, che porta già a un punto di partenza in cui ci sono pochissimi canali di divulgazione vera in questo campo.

Ma anche al di fuori di questo, in generale, la comunicazione fra il mondo accademico e scientifico e quello della didattica e dell’istruzione pratica, di tutti i giorni, è scarsissima se non inesistente.

Scienziati, insegnanti e alunni non si parlano, non si scambiano informazioni e risultati, i corsi per gli insegnanti basati sui principi desunti dalla ricerca in campo di psicologia cognitiva sono pochissimi ed estremamente superficiali, addirittura talvolta i manuali e i corsi per gli insegnanti vanno fuori strada e perpetrano miti sull’apprendimento del tutto falsi o superati.

Per non parlare del fatto paradossale che nemmeno gli studenti di psicologia cognitiva o neuroscienze stessi spesso trovano beneficio dai principi che imparano sui libri, perché essi vengono presentati in modo asettico e astratto, teorico, mantenendo una frattura fra la teoria scientifica e la pratica dello studio difficilissima da colmare.

Che poi è quello che ho tentato di fare io negli ultimi dieci anni, riprendere i principi scientifici e trasferirli alla pratica del metodo di studio per poterli insegnare, ma vi assicuro che non è una cosa facile.

In aggiunta a questo, se guardiamo al caso dell’Italia, si aggiunge la barriera linguistica: quanti sono gli insegnanti di scuole superiori o dell’università che sono davvero in grado di leggersi libri o articoli scientifici in inglese? E quanti sono gli studenti che possono dire di saper fare altrettanto?

Pochissimi, statisticamente, del resto siamo agli ultimi posti in Europa per conoscenza dell’inglese e quindi spesso l’accesso a tali materiali è del tutto bloccato in partenza.

E questo è il primo problema.

IL PROBLEMA DELLE EVIDENZE SCIENTIFICHE

C’è poi il problema della scienza stessa, giusto perché non si pensi che la ricerca scientifica sia immune da errori e situazioni complicate.

La psicologia cognitiva non è una scienza dura e raccogliere evidenze sperimentali nel campo dello studio e dell’apprendimento è complicatissimo: c’è il problema della creazione e somministrazione di test realmente efficaci, quello del trovare un numero di soggetti sperimentali sufficienti a fare una vera analisi statistica, ci sono i falsi positivi e l’estrema difficoltà di isolare e controllare le variabili dell’esperimento.

Ecco perché leggere le ricerche in campo psicologico e trarne delle conclusioni nette e univoche è estremamente più difficile che non farlo nel campo, per dire, della chimica.

Si trova tutto e il contrario di tutto e bisogna fare estrema attenzione a selezionare cosa funziona e porta a risultati tangibili e cosa no.

Questo è il motivo per il quale io sconsiglio sempre di fissarsi sulle minuzie e sulle discussioni specifiche, su se funzioni meglio la mappa mentale o quella concettuale o sia meglio studiare la sera alle 20 o alle 21 e cose del genere, perché è difficilissimo se non impossibile arrivare a risposte conclusive su temi di questo tipo.

Meglio concentrarsi su quei macro-principi che possiamo analizzare in modo quantitativo e qualitativo e che ormai sono consolidati da decenni di ricerche e trovano riscontro anche nel versante più puramente neuroscientifico.

Insomma, in generale bisogna capire che diverse discipline hanno diversi gradi di certezza dei propri risultati e se da un lato si deve rimanere saldi sui principi fondamentali e non lasciarsi abbindolare dalle sirene delle pseudobubbole, dall’altro bisogna rimanere aperti e pronti a confrontarsi con nuove evidenze. È un equilibrio sottile e difficile da ottenere.

IL PROBLEMA DELLA STRUTTURA DELL’ISTRUZIONE

E qui apriti cielo, devo contenermi perché sennò comincio un rant da due ore, ma uno dei fattori in assoluto più importanti per arrivare al risultato del non passare agli studenti un metodo di studio è la struttura stessa del nostro sistema scolastico e d’istruzione. Compresa l’università eh, capiamoci.

Il nostro sistema è, come dire… qual è la parola giusta…. DECREPITO. Sì, è vecchio decrepito.

Per intendersi, l’ultima riforma organica, completa, coraggiosa del nostro sistema scolastico è stata la riforma Gentile, del 1923.

Sono passati novantasette anni. Novantasette.

E tra l’altro, per l’epoca, fu anche una riforma tutto sommato innovativa, nonostante il fascismo: venne dato un forte impulso soprattutto alle materie umanistiche, dando origine alla scarsa considerazione che ancora hanno la scienza, il metodo scientifico e le materie tecniche in genere nel nostro paese.

In ogni caso abbiamo un sistema basato unicamente sulla lezione frontale ex cathedra e sul nozionismo, chiusa al cambiamento, in cui la cultura della formazione costante, della sperimentazione di metodi innovativi, dell’uso della tecnologia, del confronto con le scoperte scientifiche in campo didattico, pedagogico e di apprendimento, semplicemente, non esiste ed è lasciata a qualche sporadica iniziativa di presidi, insegnanti, rettori e istituti “illuminati”.

Se a questo vecchiume, chiusura, e focus esclusivo sul “cosa” si impara e non il “come” lo si impara ci aggiungiamo la drammatica mancanza di fondi e il bassissimo livello di retribuzione degli insegnanti possiamo ben capire come il metodo di studio non sia proprio la prima preoccupazione nelle aule italiane.

IL PROBLEMA DEGLI INSEGNANTI

E siamo al punto più controverso, quello che mi attirerà i commenti più piccati e offesi.

Ma sì, è anche una questione di insegnanti. A scuola, certo, ma anche all’università. Perché di professori che si interessano di questi temi, che leggono articoli come questo nel tempo libero ce ne sono fin troppo pochi, e attenzione, non è detto che sia del tutto colpa loro. Specie a scuola, hanno da sostenere ritmi assurdi e imposizioni di programma, sono sottopagati come dicevamo prima, non è solo questione di volontà personale e professionalità.

E poi, per la gran parte, i corsi di formazione per l’abilitazione all’insegnamento sono fumosi, vaghi, pieni di paroloni promettenti del tipo “didattica per competenze” che di per sé suonano bene ma che non sono poi tradotti in una pratica quotidiana nelle classi.

Ed ecco che ci si focalizza sul sapere tutto di come funziona una lavagna elettronica e non si conoscono però i principi cognitivi base dell’apprendimento e dell’attenzione, per dire.

E poi, in larga maggioranza, gli insegnanti non fanno formazione o non ne fanno abbastanza o non ne fanno su queste tematiche e mantengono un atteggiamento chiuso e impostato, focalizzato esclusivamente sulla loro materia e sulle nozioni che devono passare.

Non solo, spesso sono anche prevenuti e diffidenti: io ho fatto corsi nelle scuole per anni e non dimenticherò mai gli sguardi di sufficienza e lo snobismo che mi hanno accolto quasi ovunque andassi.

E infine ci sono le difficoltà che hanno gli insegnanti nelle classi, difficoltà di disciplina, di gestione dei ragazzi, di rapporto coi genitori. Le variabili sono tantissime e tutte contribuiscono ad allontanarsi dalla volontà di comunicare agli studenti un vero metodo di studio scientifico.

IL PROBLEMA DELL’INTUIZIONE

Il quinto problema è quello dell’intuizione, ed è un problema che abbiamo tutti. Per farla breve, siamo pessimi nell’autovalutazione, pieni di bias e incapaci di essere oggettivi quando si tratta di soppesare vantaggi e svantaggi delle strategie di apprendimento che mettiamo in campo.

Ci piace, quando studiamo, spendere il nostro tempo su quei comportamenti che ci fanno sentire bene, più che su quelli che ci fanno ottenere dei veri risultati.

Un esempio? Sottolineare interi paragrafi e poi rileggerli ci fa sentire attivi e sicuri, è comodo e tranquillo, auto-interrogarci invece e metterci alla prova a muso duro su esercizi, domande e risposte è molto meno rassicurante, mette in luce le nostre lacune, ci mette in difficoltà e ci costringe a fare fatica.

E allora ecco che spontaneamente prediligiamo la prima strategia anche se a livello di ricerca scientifica è ormai certo che la seconda porti a risultati migliori sia in termini di tempo che di ricordo.

Non solo, ma entra in gioco il nostro bias di conferma e cerchiamo tutti i modi possibili per autoconvincerci che ciò che facciamo vada bene, che riscrivere 4 riassunti dello stesso argomento sia un’ottima idea, che girare per la casa ripetendo il discorsetto sia una strategia solida di ripasso, che leggere un libro 3 volte per poterlo capire e ricordare sia la normalità.

E poi c’è la pressione sociale, la consuetudine e il passaparola che insieme portano gli studenti ad agire in branco come pecore e studiare allo stesso modo di tutti gli altri.

Cioè male.

Cambiare è difficile, è faticoso, e molti, purtroppo, non hanno nessuna intenzione di farlo.

Per tutti gli altri, ovviamente, c’è il mio corso sul metodo di studio, Sistema ADC.

IL PROBLEMA BUFALE E PSEUDOSCIENZA

E poi l’ultimo problema, il sesto, è la disinformazione imperante.

Dagli articoli di giornale che violentano le pubblicazioni scientifiche per dirti che se sei ubriaco impari meglio le lingue straniere a quelli che ti dicono che se ti sfondi di cioccolato fondente diventi più intelligente a chi propone di ascoltare nel sonno le registrazioni delle lezioni per imparare in modo subliminale.

E le sparate assurde di marketing e le infinite proposte per passare gli esami in 5 giorni e leggere 2000 pagine all’ora o diventare dei geni in un weekend.

E le balle sugli stili sensoriali di apprendimento, le fesserie sulla lettura veloce, su cui ho scritto anche un articolo che ti invito ad andare a recuperare, le mappe mentali prese come dogma assoluto, le tecniche di memoria che diventano la soluzione per memorizzare interi manuali di diritto e tutte le altre che mi mostrate tutti i giorni chiedendomi che cosa ne penso. A proposito, Mnemonica è il primo corso sulle tecniche di memoria con il campione del mondo di memoria Andrea Muzii e il grande Vanni De Luca.

Penso che tutto questo fumo contribuisca a creare un caos che non fa che confondere e mandare fuori strada studenti che già, per tutto quello che ho ricordato prima, si ritrovano sul campo di battaglia dello studio nudi e disarmati, senza metodo.

Ed è anche per questo che faccio quello che faccio, per contribuire a diradare questo fumo e avvicinare la scienza e la pratica dell’apprendimento efficace alla vita di chi studia, a tutti i livelli.

E non è facile, ve lo assicuro, anche se uno ha le migliori intenzioni.

Mettiamo insieme tutti e 6 questi problemi e gli universi ad essi interconnessi e voilà, abbiamo la risposta alla domanda iniziale.

Ora sappiamo com’è possibile che gli studenti italiani (e non solo) non entrino in contatto con i principi scientifici sull’apprendimento e non si impadroniscano quasi mai da soli di un metodo di studio reale, solido, efficiente, che li sostenga.

La buona notizia è che le cose stanno lentamente cambiando: la scienza sta capendo sempre di più il bisogno di divulgare e comunicare le proprie ricerche e risultati, la ricerca in merito si fa sempre più solida e accurata, il mondo dell’istruzione pian piano mostra segni di apertura e, se non di vero cambiamento, quantomeno di desiderio di cambiamento, gli insegnanti cominciano ad aprirsi e a riconoscere il problema, i nuovi mezzi di comunicazione aiutano gli studenti a chiarire i propri dubbi e a colmare le proprie lacune e la lotta alle balle e alle pseudoscienze si fa sempre più agguerrita.

Insomma, le cose stanno cambiando e, pian piano, continueranno a cambiare. Mi piace pensare che quello che faccio, quello che facciamo qui insieme, contribuisca anche solo in minima parte a questo cambiamento.

E spero che il giorno in cui lo studio non sarà più un così grande problema per gli studenti non sia lontano.

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Alessandro de Concini