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3 step per insegnare qualsiasi cosa a chiunque

Quando ci sediamo col nostro bel manuale davanti e dobbiamo studiare, imparare, confrontarci con nuove informazioni, siamo da soli con il testo e tutto dipende da noi.

Non che sia facile eh, intendiamoci, e il mio blog così come i miei corsi sono dedicati proprio a insegnare i giusti metodi per imparare in modo efficace… ma quando non dobbiamo più imparare e indossiamo invece i panni dell’insegnante, lì le cose cambiano. Cambiano parecchio.

Si aggiunge uno strato in più di complessità, quello della trasmissione delle informazioni, dell’essere sicuri che chi ci ascolta possa davvero innescare quella scintilla che scatena l’esplosione del processo di apprendimento.

Insegnare qualcosa a qualcuno è un po’ un’arte e un po’ una scienza, ci sono delle regole di base e poi ognuno deve trovare il suo stile, il suo modello.

Sono ormai 7 anni che ho fatto dell’insegnamento il mio lavoro. Ho insegnato uno a uno, ho insegnato davanti a classi e gruppi, ho insegnato davanti a una telecamera per decine di migliaia di persone.

Oggi, in questo articolo, ti voglio raccontare i tre step necessari per insegnare qualsiasi cosa… a chiunque.

Quello che faremo è semplice: affronteremo i tre step fondamentali per l’insegnamento: strutturare, gestire, comunicare, e per ognuno di essi vi spiegherò che cosa vi serve, a cosa dovrete prestare attenzione e cosa dovete fare nello specifico.

Prima di iniziare, provate a recuperare nella vostra mente le vostre esperienze di ascoltatori e studenti. Non per forza a scuola o all’università eh, anche nella vita di tutti i giorni, a conferenze o convegni, sul lavoro. Individuate due prototipi di insegnanti: il miglior insegnante che abbiate mai conosciuto e il peggiore in assoluto.

Ecco, usateli come guida mentre leggete questo articolo e vi accorgerete che è estremamente probabile che il miglior insegnante che abbiate mai avuto seguisse i principi che vi spiegherò mentre il peggiore, al contrario, li ignorasse brutalmente.

E poi alla fine vi chiederò di raccontarmi se ci ho preso. Cominciamo.

STRUTTURARE

Il primo passo per poter insegnare davvero qualcosa è strutturare il proprio intervento, la propria lezione in senso lato. E qui mi devo rispondere alla domanda che aleggia sempre nell’aria: “ma è davvero necessario avere una struttura così precisa, non basta andare a braccio ed essere competenti?”

Ora, la competenza è la base da cui partire sempre, su questo non ci piove, ma se bastasse essere dei veri esperti per essere anche dei grandi insegnanti, il mondo scolastico, universitario e della formazione sarebbero molto, molto, molto diversi. Fidatevi di me.

Insegnare e conoscere sono abilità correlate, ma non sono la stessa cosa.

E sì, esistono persone dalla competenza talmente elevata e dal talento così sconfinato che possono insegnare del tutto a braccio, semplicemente spalancando le porte della loro mente e lasciando fluire tutta la loro conoscenza su chi li ascolta.

Ma guardiamo in faccia la realtà: sono l’eccezione che conferma la regola.

Per questo il primo passo per poter insegnare qualcosa a qualcuno è sempre avere un piano, una struttura, una strategia. E non è per forza necessario che sia la migliore struttura in assoluto, col tempo si migliora anche in questo. Ma avere un piano, anche un piano imperfetto, è sempre e comunque meglio che non averlo.

Chiedetelo agli universitari che si scontrano ogni giorno con voli pindarici e lezioni sconclusionate e prive di struttura.

È un po’ come in un combattimento, in una battaglia: meglio avere un piano ed eseguirlo piuttosto che trovarsi a improvvisare davanti al nemico armato fino ai denti.

Per strutturare quindi la vostra lezione o intervento avete bisogno di 5 cose:

  • Una scaletta precisa, per parole chiave, di ciò che dovrete dire e in che ordine lo direte. Non serve scriversi le frasi o cercare di imparare a memoria il discorso, è controproducente e rischia di esservi d’impaccio. Molto meglio conoscere a memoria solo i passaggi chiave, i punti intorno ai quali si organizzerà il nostro insegnamento.
  • materiali didattici in senso lato, cioè tutti quegli strumenti sia concettuali che pratici, concreti, che sfrutterete durante la lezione. Slide, certo, se servono, ma anche link, collegamenti, video da mostrare e persino gli esempi e le metafore che farete possono essere considerati come veri e propri materiali didattici da preparare in anticipo.
  • Vi serve uno o più ganci di interattività, cioè vi serve un’idea precisa di come stimolerete la partecipazione attiva di chi vi ascolta. Questo è fondamentale e spesso dimenticato. L’insegnamento non è monodirezionale, non è un flusso che, semplicemente, parte da voi e finisce nella mente di chi ascolta, invece deve essere un dialogo, uno scambio, una collaborazione, una coreografia, per dirla in modo poetico. Insomma, quando iniziate a parlare dovete già sapere che ganci sfruttare per far partecipare il pubblico e stimolarlo.
  • Vi serve un identikit del vostro ascoltatore: non potete essere davvero efficaci se non avete idea del contesto e della persona che vi sta ascoltando. Mettetevi nei loro panni e domandatevi di che cosa abbiano bisogno, che cosa si aspettino, che cosa cerchino, che cosa potrebbe allontanarli dalla spiegazione. Non è l’allievo che si deve piegare e adattare al maestro, al contrario: è il bravo maestro che deve piegarsi e adattarsi all’allievo. Ingoiate il vostro orgoglio e partite sempre dal presupposto che se chi vi ascolta non capisce la responsabilità è vostra che non avete comunicato nel modo corretto in quella situazione. Sempre. Solo così potrete migliorare.
  • E, infine, vi serve una visione chiara del ruolo e della posizione di quella specifica lezione nel percorso più ampio di insegnamento. È una lezione unica, one shot? È la prima di una serie? È la seconda? Si collega ad altre lezioni precedenti? Questo vi aiuterà a capire il livello di chi vi ascolta ma anche a darvi un arsenale di potenziali rimandi, riferimenti e concetti che potete tralasciare o dare per scontati.

Una volta che avete accumulato questi 5 strumenti: la scaletta, i materiali, i ganci di interattività, l’identikit e il ruolo e posizione della lezione nel percorso complessivo, siete pronti per il secondo step.

GESTIRE

E qui ci si occupa del fluire della lezione stessa.

La prima cosa da fare è esplicitare a chi vi ascolta tutto quello che avete preparato allo step uno: la vostra scaletta, vale a dire i punti che affronterete e l’ordine in cui lo farete, i materiali che avete preparato, il modo in cui coinvolgerete il vostro ascoltatore e il ruolo e posizione della lezione, magari anche facendo riferimento proprio alle lezioni precedenti per aiutare il pubblico a ricostruire e recuperare nella propria memoria gli elementi che arrivano dalle lezioni precedenti.

L’unico punto che può rimanere implicito è quello dell’identikit, ma potete cercare comunque il contatto con qualche riferimento culturale specifico, con l’umorismo, con la condivisione di elementi personali per creare contatto. Allontanatevi dall’idea del professore algido e distante che con aria severa interpella dall’alto i suoi pupilli.

insegnare qualsiasi cosa a chiunque

Quella cosa lì è morta, non ha mai funzionato: non funziona con gli adulti e funziona ancora meno con i ragazzi, che oggigiorno vi mangiano vivi se vi comportate così.

Bene, questa fase introduttiva in cui mettete le carte sul tavolo ha tre funzioni:

  • Facilita l’attenzione e la presa degli appunti;
  • Mostra la vostra competenza e organizzazione e crea quindi un senso di rispetto e stima nei vostri confronti;
  • Prepara gli strumenti cognitivi e informativi per processare al meglio le nuove informazioni. È un concetto simile a quello che descrivevo in questo articolo sul metodo KWL, andate a recuperarvelo quando abbiamo finito qui.

Altro elemento fondamentale nella gestione della lezione è controllare il flusso dell’attenzione. No, non siete le persone più interessanti del mondo e no, il vostro argomento non è abbastanza interessante da mantenere la concentrazione alta per il puro interesse. Non funziona così. Andate a una qualsiasi conferenza, convegno, lezione, corso e guardatevi intorno. Sono tutti semi- addormentati e/o col cellulare in mano. Sempre.

Sta a voi controllare l’attenzione, attraverso gli agganci partecipativi di cui dicevamo prima, ovviamente, ma anche controllando il flusso del vostro insegnamento. I momenti più densi di informazioni devono alternarsi a momenti più leggeri e distesi, potete rompere lo schema con una battuta o una parolaccia o presentando un nuovo stimolo visivo, lasciando anche delle brevi pause, interrompendovi.

Partite sempre dal presupposto che siete al tempo stesso in lotta con l’attenzione ma non potete permettervi di forzarla troppo o rischiate di spezzare la magia. È un gioco di bilanciamento e qui, devo essere onesto, la sensibilità e l’esperienza la fanno da padrone.

Osservate chi vi ascolta e adattatevi ai feedback che vi invia, non imponete il vostro stile ma adattatelo ai segnali di ritorno che ricevete.

Inserite sempre, all’interno della vostra lezione o spiegazione, un momento di testing e feedback, in cui invertite i ruoli e lasciate che sia l’ascoltatore a spiegarvi che cosa ha capito, a mettersi alla prova nel recuperare le informazioni che gli avete appena passato e provare a restituirvele.

Questo elemento è fondamentale per assicurarsi intanto che ci sia stata una vera comprensione ed eventualmente individuare incertezze e lacune, e al tempo stesso aiutare la memoria dell’allievo, alunno, spettatore a consolidare il ricordo a lungo termine. Può prendere anche la forma di un testing pratico, di esercizi o simulazioni, l’importante è che, in quel momento, la palla passi di mano e siano loro a dover utilizzare quelle conoscenze e competenze appena trasmesse.

Facciamo una prova: ripetetemi quello che avete capito finora, spiegatemelo… Io aspetto. Fatelo sul serio, ad alta voce. Sì, vi sto autorizzando a parlare da soli di fronte a un articolo su internet. Quando vi ricapita? Prego… Come funzionano i primi due step dell’insegnamento, la struttura e la gestione?

Bene, e poi, l’ultimo elemento di gestione: seguite la maledetta scaletta che vi siete preparati.

Può sembrare banale, vero o no? Ma c’è una differenza enorme tra pensare una struttura e poi eseguire quella struttura. Il vostro lavoro è rimanere flessibili nel “come” insegnate, ma inflessibili nel “cosa” e nel “in che ordine” lo insegnate. Se mollate la vostra scaletta, divagate, vi perdete, anticipate un elemento, tutto il castello crolla.

La spontaneità può andare bene per una chiacchierata fra amici, non per l’insegnamento vero e proprio. Per capire bene la differenza, è come comparare video montati, strutturati, pensati e scritti, alle ADC Live in cui parliamo e rispondo alle vostre domande due volte alla settimana.

Il primo è un momento didattico, il secondo è un rilassato momento di scambio e confronto. Entrambe le cose hanno una loro validità, ma è bene che rimangano separate.

COMUNICARE

E, dopo la fase preparatoria e quella di gestione, eccoci arrivati al terzo e ultimo step, la comunicazione vera e propria e cioè il come vi esprimete, come gestite il messaggio che comunicate. Qui si apre un mondo, ho selezionato un bell’elenco di consigli che sono sicuro possano funzionare:

  • Il movimento. Se gesticolare e muoversi troppo può essere fastidioso (e ammetto che ogni tanto io ci casco), gesticolare e muoversi troppo poco è sempre un disastro. Il movimento aiuta a mantenere alta l’attenzione e favorisce la partecipazione e il coinvolgimento. Ecco un articolo su come imparare qualsiasi movimento.
  • L’uso di metafore e similitudini. La metafora è uno strumento di pensiero e di conoscenza, un modo di accostare elementi distanti tra loro in un guizzo cognitivo che scatena comprensione e creatività. Coltivate le vostre metafore e le vostre similitudini, provatele, scartate quelle che non funzionano e tenetevi strette quelle che funzionano, usatele ogniqualvolta che potete. La metafora è il ponte che connette la vostra voce alla mente di chi ascolta.
  • Esempi, esempi, esempi. Gli esempi non sono mai troppi. E più sono ricchi, vari, pratici, concreti e vicini alla vita di chi vi ascolta, meglio funzionano.
  • Sfruttate il principio del dual coding, se possibile, e cioè accompagnate all’aspetto verbale quello grafico: non tanto slide pulciose in power point con elenchi puntati ma immagini, schemi, diagrammi, disegni, foto, video.
  • Scegliete un lessico preciso ma semplice: i paroloni si usano se c’è bisogno di usarli, e cioè se sono elementi tecnici insostituibili. Se l’acidodesosssiribonucleico si chiama così non è che io posso chiamarlo “il brodo”. Userò il nome preciso e tecnico. Ma in tutti gli altri casi: semplicità è la parola d’ordine.
  • Lo stesso vale per la sintassi. Ammazzate per favore le frasi pluriarticolate con 7 livelli di subordinazione e quarantasette nessi causali. Vi prego. Semplicità, sintesi, pulizia sintattica. Se a metà frase mi devo fermare per chiedermi “ma dove sta andando a parare?” qualcosa non va.
  • Non abbiate timore di emozionarvi e mostrare che siete emozionati. Non c’è niente che crei legame tra chi insegna e chi impara che un’emozione condivisa, l’esaltazione per qualcosa di figo, la commozione per qualcosa di triste o di profondo, la rabbia per qualcosa di terribile e ingiusto. Insegnare vuol dire anche mostrare a tutti che rapporto avete voi a livello personale con quello che state dicendo. Se siete freddi e distaccati siete inefficaci. Sempre e comunque. Punto.
  • Non abbiate paura di ripetere. Il vostro lavoro è assicurarvi che il messaggio venga recapitato, ancora una volta ammazzate il vostro stupido ego e ricordatevi che il vostro è un ruolo di servizio, non di comando. Voi servite la persona che avete di fronte e siete a sua disposizione se non ha capito. Anche se è la terza volta che la ripetete, sì.

Ce ne sarebbero altri settemila di consigli da dare, anche più tecnici come quelli sulla postura, la prossemica, l’espressività, il tono della voce, i silenzi ecc. ecce cc. Ma per questa lezione è venuto il momento dell’aggancio partecipativo.

Vorrei che a questo punto voi riprendeste in mano quei due insegnanti che avete selezionato all’inizio, il migliore e il peggiore, e punto per punto li confrontaste e mi scriveste qui sotto se ci ho preso oppure no.

E poi raccontatemi le vostre esperienze di insegnanti e di alunni, i trucchi che avete imparato, i consigli che dareste e le critiche che riservereste agli insegnanti cani che vi fanno odiare la materia.

Tutto qui sotto nei commenti, vi aspetto al varco.

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Alessandro de Concini