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10 segnali che ti stai bloccando all’università

Ti è mai capitato di sentirti stanco ancora prima di iniziare a studiare? O magari di sentire un rifiuto totale, quasi una repulsione verso lo studio e tutto quello che rappresenta?

Mentre studi sei più ossessionato dal ricordare le cose che dal capirle? Hai la sensazione che se non sai tutto perfettamente e non sai ripetere tutto a memoria – magari subito – non stai veramente studiando?

Ti ritrovi a vagare per ore con la mente, improduttivo, e pian piano senti come se la situazione universitaria ti stesse scivolando via tra le dita, sempre meno sotto al tuo controllo…

Hai una tale ansia da esame, che studiare è diventato impossibile. Finisce sempre così: provi a prepararti per un esame, poi man mano che la data si avvicina l’angoscia si fa via via più destabilizzante; ti dici che non ti senti ancora abbastanza preparato e ti resta un’unica via d’uscita: non ti presenti all’appello.

Cominci a domandarti se non rischi il fuoricorso e inizi a perdere la motivazione che ti aveva spinto a iscriverti proprio a quella facoltà.

Senti che il cellulare al tuo fianco è più attraente del libro di fronte a te, ma ciò ti produce un profondo senso di colpa: dovresti e vorresti studiare, ma proprio non ci riesci. È una lotta interiore, giorno dopo giorno.

Queste e mille altre sensazioni potrebbero significare che stai per bloccarti.

Il blocco dello studente è una cosa seria, che va al di là di avere qualche esame di ritardo nel tuo percorso, e che rischia di compromettere la tua intera vita universitaria.

Conoscerlo non basta, bisogna saperne riconoscere e leggere i segnali dentro di noi per capire se stiamo rischiando di finirci dentro, così da poter rimediare una volta per tutte.

E allora in questo articolo, insieme allo psicologo e psicoterapeuta strategico Alessandro Bartoletti, descriveremo i 10 segnali a cui devi prestare attenzione e che potrebbero significare… che stai per bloccarti, o che ti sei già bloccato, ma ancora hai difficoltà a riconoscerlo!

L’articolo sarà strutturato in due parti: affronteremo 5 dei 10 segnali qui, sul mio blog, e nel video che trovi sul mio canale YouTube, e 5 nella seconda parte, che troverete nel canale di Alessandro Bartoletti… voi seguite fino alla fine e iscrivetevi anche al suo canale, perché ne vale la pena!

Per ognuno di questi 10 segnali vi diremo come si manifestano, cosa significano e come potrebbero, purtroppo, evolversi negativamente. Prestate bene attenzione e confrontateli con quello che provate voi ogni giorno, per capire se vi riconoscete in essi, vi ritrovate, li sperimentate sulla vostra pelle oppure no.

Scoprirli in tempo, prima che si trasformino in problemi gravi, può davvero fare una differenza incredibile. Prevenire è decisamente meglio che curare.

Purtroppo questa società ci ha trasmesso l’idea che le difficoltà di studio siano il risultato dell’indolenza, cioè della svogliatezza, della noncuranza, della mancanza d’interesse, oppure, peggio ancora, della tua incapacitàeh sì, proprio non ci arrivi, non sei portato per studiareStupidaggini da pedagogia ottocentesca.

Il blocco dello studente è connesso con la psicologia dello studente – e non pensare per questo che tu debba scavare nel tuo passato, no no. Mi riferisco a quelle strategie disfunzionali che stai continuando ad adottare nel tuo presente – quelle che io chiamo tentate soluzioni – che invece di sbloccarti ti incastrano sempre di più.

Ah, a proposito, visto che avevamo a disposizione il talento smisurato del Dott. Bartoletti per inventare nomi suggestivi, abbiamo dato a ciascuno di questi segnali una dicitura particolare, anche per alleggerire un po’ l’argomento, che non è proprio una passeggiata.

Si parte!

LA SPOSSATEZZA ESISTENZIALE

Voglio partire proprio con questo, con la spossatezza esistenziale, perché è quella che caratterizzava più di ogni altra cosa il mio blocco dello studente, di cui vi ho raccontato per esteso in questa live che vi consiglio di guardare.

Mi sentivo perennemente stanco, debole, svogliatomolle, passavo dal divano alla poltrona e il solo pensare allo studio mi toglieva tutte le energie. Tutto il giorno tutti i giorni.

È una sensazione simile a quella che si ha con una leggera febbriciattola: non stai male davvero, ma le forze semplicemente non ci sono, la voglia ancora meno, e ti limiti a ciondolare tutto il giorno senza fare nulla. E poi il sonno, tanta sonnolenza, sbadigli e fatica a rimanere concentrati, la testa che va sorretta con un braccio altrimenti non riesce proprio a stare su.

Spesso tutto questo comincia dopo una sessione in cui ci siamo spremuti davvero troppo o abbiamo accumulato lo studio all’ultimo momento e abbiamo sviluppato una quantità di stress impressionante, come se il nostro corpo e il nostro cervello ne avessero avuto abbastanza e per ripicca fossero entrati in una modalità “low energy”.

Proprio così. Ma la variante della spossatezza post-fatica erculea da 7 esami in 7 giorni   è comunque la forma più edulcorata di questo abbattimento emotivo.

A volte, purtroppo, la spossatezza esistenziale è il risultato del sentire che non abbiamo per niente la situazione sotto controllo: siamo travolti dai nostri circoli viziosi che ci portano a reagire di fronte alle difficoltà sempre nello stesso modo.

Cerchiamo di preparare un esame e ci ritroviamo sempre ad arrancare. Ci proponiamo un obiettivo di studio e non lo riusciamo a rispettare. Ci diciamo interiormente “la prossima volta cambio questo atteggiamento e questo comportamento nello studio”, ma poi ci ritroviamo a constatare che non siamo riusciti a cambiare un bel niente.

E allora ci deludiamo di noi stessi, degli altri, del mondo. E ci abbattiamo. Ci ritroviamo ignavi e imbelli, arresi di fronte alle nostre difficoltà nello studio.

IL GRAN RIFIUTO

E a proposito di ignavia, questa è la condanna per eccellenza dello studente bloccato, incatenato. All’apparenza chi si blocca sembra disinteressato e indolente, disinteressato, ma proprio disinteressato. Sembra esprimere il gran rifiuto.

Ma in realtà il vissuto interiore è ben altro. La verità è che è diventato quasi impossibile concentrarsi, mantenere l’attenzione, stare attenti, rimanere seduti, confrontarsi con il libro, col il materiale di studio. L’idea di dover studiare crea una reazione di tale repulsione che si diventa incapaci di farlo.

Non pensate che sia una situazione passiva. Nella mente è in atto un combattimento strenuo tra il dovere e il volere. E tra i due vince sempre la fuga, il rifiuto, il senso di essere bloccati.

Più che una mancanza di voglia la definirei proprio una repulsione quasi fisica. Un po’ come due magneti opposti che si respingono, lo studio diventa qualcosa che non possiamo proprio tollerare, che ci provoca quasi dolore.

Creiamo e rafforziamo un’abitudine all’evitamento estremamente pericolosa, che ci può portare a cominciare a studiare solo ed esclusivamente quando siamo davvero costretti, quando magari manca pochissimo all’esame, e di nuovo attiviamo il circolo vizioso del cramming disperato che crea altro stress… e si ricomincia da capo. E ogni volta è sempre più difficile ricominciare.

IL RITARDO GEOMETRICO ESPONENZIALE

Abbiamo chiamato “ritardo geometrico esponenziale” il progressivo accumulo di fuoricorso che, per quanto possa sembrare banale, è uno dei segnali più evidenti e concreti dell’inizio del blocco dello studente.

Di fatto è la conseguenza di tutto il resto, di tutte le altre difficoltà che si sommano l’una con l’altra rendendo sempre più difficile ottenere risultati costanti negli esami nei tempi prestabiliti.

Perché esponenziale? Bé, perché comincia gradualmente, lentamente, in modo sottile. Comincia magari con il fatto che invece che al primo appello l’esame lo si dà al secondo. Niente di che, giusto?

Poi però alla sessione dopo, quella estiva per dire, uno degli esami lo si rimanda a settembre. Poi si buca un altro esame, poi diventano due, poi si buca una sessione, poi un anno, poi si rimane intrappolati.

Lo so che può sembrare drammatico, ma lo scopo dell’articolo non è farvi paura, bensì spiegarvi esattamente come vanno le cose. Perché è così che vanno. Non ci si pianta del tutto dal giorno alla notte, ma si sottovaluta una piccola palla di neve di ritardo che rischia di diventare poi una valanga.

Ovviamente non tutti i ritardi dipendono da un blocco insorgente, magari c’è stato veramente un imprevisto e abbiamo avuto un’influenza intestinale due settimane e non siamo riusciti a studiare. Succede. Lì entra in gioco l’autoconsapevolezza di capire se effettivamente stiamo accumulando ritardo in modo preoccupante oppure si è trattato di un imprevisto casuale che non andrà ad acuirsi nel tempo ma si è esaurito in sé stesso.

Non tutti, ma quasi. La trappola è sottile. La potrei definire un autoinganno perfetto perché da una parte si ha difficoltà ad ammettere fino in fondo con sé stessi di avere un problema, dall’altra questa mancanza di autoconsapevolezza è permessa – non incoraggiata, ma comunque tollerata – dalla famiglia, che continua a vivere nella speranza che “prima o poi un giorno finalmente ce la farà, si laureerà”.

Nella mia esperienza professionale ho conosciuto veramente molti scenari che potrei definire dello studente perenne. Ci si ritrova invischiati in questo ruolo a 25, 30, 35 anni magari dopo diversi cambi di facoltà che, come nel gioco dell’oca, fanno ricominciare il giro di giostra da capo. È un blocco geometrico-esponenziale.

LA PROCRASTINAZIONE DI MESTIERE

C’è chi procrastina c’è chi trasforma la procrastinazione in una seconda natura, in una professione quasi.

Ecco, qui la differenza è di qualità e di quantità. Tutti procrastiniamo almeno un po’, tutti, compreso io e compreso il dott. Bartoletti, ma quando la procrastinazione è la forma base con cui interagiamo rispetto a un’attività specifica come lo studio, il nostro approccio di default, allora lì c’è qualcosa di più.

Io usavo ogni scusa possibile per procrastinare, mi inventavo di tutto, razionalizzavo impegni a dir poco pittoreschi pur di non studiare.

Lo stereotipo più frequente è che la procrastinazione consista in uno stato di serena quiete mentale, calma piatta, in cui per qualche motivo si sta lì a girarsi i pollici o a fare bolle con il naso, noncuranti di tutto, altezzosi e paciosi.

Nulla di più lontano dalla realtà. Quando ci troviamo a procrastinare siamo sempre coinvolti in una lotta interiore. Ci si ritrova in un turbinio di pensieri, di rimuginii, di fantasticherie, di sogni a occhi aperti, e il sottofondo di questo lavorio mentale è sempre lo stesso: dovrei studiare ma non ci riesco.

E poi c’è da aggiungere che oramai la procrastinazione è facilitata – direi quasi imposta –   si è sballottati con una facilità disarmante in una partita a ping pong tra MyTube e YouTube. Tra questi titani, il libro è decisamente meno in grado di attrarre la nostra attenzione. 


L’EREMITAGGIO UNIVERSITARIO

Non potevo poi non parlarvi del progressivo eremitaggio che mi ha visto protagonista per tanti tanti anni. Un altro brutto segnale è quando ci si allontana gradualmente dalla vita universitaria e da tutto ciò che le sta intorno.

Si comincia ad andare meno a lezione o a non andarci proprio, si sentono meno i compagni di corso per non confrontarsi con loro, si smettono di frequentare i ritrovi universitari o si riduce in generale la propria vita sociale, si cerca di evitare il più possibile il discorso università e di bloccare preventivamente ogni rischio di finire in conversazioni che la riguardano, non si leggono più le chat o i gruppi di studenti… ci si distacca.

Dopo un po’ io mi ero di fatto trasformato in un eremita dello studio, non interagivo con niente e nessuno che avesse a che fare con la mia facoltà e con lo studio in generale.

Questo ovviamente, neanche a dirlo, ha delle ricadute psicologiche pericolosissime, dato che l’isolamento certo non è qualcosa che fa bene a nessun essere umano, ma ha anche ricadute metodologiche perché rende lo studio sempre più difficile, ostacola la raccolta di informazioni utili per gli esami, favorisce ancora una volta il cramming, e cioè lo studio a ridosso delle scadenze, altera i ritmi ecc. ecc.

Ultimamente si parla spesso di sindrome della capanna, cioè del fatto che le minacce presenti nel mondo esterno hanno fatto diventare la propria abitazione l’unico rifugio sicuro, un involucro protettivo e disinfettato che protegge dall’invisibile minaccia del virus.

Ma per lo studente universitario questa era una sindrome già conosciuta, non serviva certo una pandemia a fargliela scoprire! La ribattezzerei addirittura la sindrome del monastero di clausura: ci si chiude in un isolamento protettivo da tutto ciò che ha a che fare con la vita universitaria.

Si smette di frequentare lezioni, amici, compagni di studio. Ci si isola da tutto e da tutti con l’idea di fare un viaggio solitario, il viaggio dell’eroe che alla fine approderà alla laurea, magari tra ali festanti di spettatori che accompagnano l’ingresso in aula magna.

Questo atteggiamento di isolamento depressivo non aiuta a sbloccarsi. Direi piuttosto che costruisce un senso di solitudine che può sfociare in crisi di disperazione anche drammatiche.

Lo so che non è il periodo storico più felice per dirlo, ma dobbiamo sempre ricordare che fare vita universitaria è parte integrante dello studio, non è un optional.

Ok, questo è il momento in cui vi dovrei salutare, chiedervi di raccontarmi la vostra esperienza e se vi siete riconosciuti in questi segnali (cosa che in realtà sarebbe davvero gradita), ma non c’è tempo…

Ci sono altri 5 segnali altrettanto importanti da scoprire e con cui confrontarsi: il terrore dell’errore, il salto carpiato d’esame, l’auto-flagellazione, il lumachismo e l’ansia urlante.

Roba seria, importante e preziosissima per voi.

Quindi non chiudo neanche l’articolo, niente saluto finale, ci vediamo dall’altra parte, trovate qui sotto i link alla parte 2 e al canale del dott. Bartoletti.

Vi aspettiamo!

Link alla seconda parte sul canale del Dott. Bartoletti.

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Alessandro de Concini